La grande guerra sovranista

Mattia Ferraresi

New York. Capire intenzioni, motivazioni filosofiche, ragioni e torti di parti che si fanno la guerra è certamente importante; è importante tenere conto del contesto, afferrare le conseguenze involontarie, gli effetti collaterali, rintracciare chi può trarre il maggiore vantaggio dal prolungarsi del conflitto e chi dalla sua rapida risoluzione. Ma al netto delle considerazioni di valore, il punto della guerra è chi la vince. Donald Trump la guerra commerciale su scala globale non l’ha ancora mossa ufficialmente, ma ha lanciato bordate più che sufficienti a far imbufalire gli alleati europei – a cui si è allineato il Canada – ha suscitato promesse di vendetta non trascurabili da parte dei cinesi (“combatteremo la guerra commerciale fino alla fine”), ha scatenato misure uguali e contrarie da parte delle altre potenze e ha fatto curvare le analisi degli operatori di Wall Street, che all’inizio credevano che la storia dei dazi fosse un eccesso retorico per estorcere concessioni sul breve periodo, e adesso non sanno bene a cosa credere. Il G7 di Charlevoix, in Canada, senza la firma americana sulla dichiarazione finale, è stato il teatro della grande spaccatura intorno al libero scambio, incoronato da uno scambio di insulti con il padrone di casa, Justin Trudeau, e dall’ennesima sparata di Trump su una “tariff-free zone” per i paesi del G7 (che nel frattempo spera ritorni G8, con il reintegro della Russia). La ritorsione che annuncia oggi la Commissione europea completa il quadro delle tensioni.

  

Con il protezionismo Trump instaura la “legge del più forte”, ma chi è il più forte? Quale potenza è più attrezzata per lo scontro? 

L’atteggiamento sul commercio è la rappresentazione di una visione del mondo, naturalmente. Cordell Hull, il segretario di stato di Roosevelt, vedeva il commercio fra le nazioni come un “elemento essenziale per costruire la pace”, oltre che la prosperità economica, mentre con le barriere doganali alzate verso amici e competitor Trump tende a promuovere un mondo governato “dalla legge del più forte”, come ha sintetizzato Emmanuel Macron nella schermaglia via Twitter a lato del vertice. Mettiamo fra parentesi per un attimo le valutazioni su quale fra le due visioni sia moralmente ed economicamente preferibile, e assumiamo l’idea autarchica e nazionalista che guida al momento le decisioni della Casa Bianca. Abbracciamo il mondo a somma zero di Trump, dove ogni avanzamento dell’interesse nazionale americano comporta necessariamente un arretramento dell’interesse altrui. La domanda diventa: in un mondo siffatto, chi vince la guerra commerciale? Chi ha l’economia più attrezzata per resistere più a lungo nella guerra di logoramento? Nella giungla dove vige la legge del più forte, chi è il più forte?

  

Macron ha accompagnato quel tweet sdegnato con un messaggio assai più prosaico, pensato per il nemico-amico che ha imparato a conoscere bene: “Il mercato del G6 è più grande del mercato americano. Non dobbiamo dimenticarlo”. Come dire: anche accettando le tue regole da bullo mercantilista, uscirai malconcio dalla gara a chi ha il mercato più grosso. I calcoli di Trump, che sbrodola senso di superiorità economica forte dei dati sulla crescita (2,3 per cento) e quelli sulla disoccupazione (3,9 per cento), dicono il contrario.

  

“Nelle guerre commerciali non ci sono vincitori, ma l’America vuole far pesare il suo disprezzo verso gli scrocconi europei”, dice Josef Joffe 

Ripercorriamo i prodromi più recenti della guerra commerciale. All’inizio dell’anno il presidente americano ha imposto tariffe sulle importazioni di pannelli solari e lavatrici. A marzo, al grido di “le guerre commerciali sono buone e sono facili da vincere”, Trump ha annunciato dazi del 25 per cento sull’acciaio e del 10 per cento sull’alluminio, concedendo esenzioni temporanee a Unione europea, Canada, Messico, Corea del sud, Brasile, Argentina e Australia, per negoziare nuovi accordi. A maggio le esenzioni sono stata rese permanenti per Corea del sud, Australia, Brasile e Argentina, e di lì a poco i negoziati con gli altri alleati sono naufragati. Il 1° giugno le barriere sono state applicate anche a Europa, Canada e Messico. Oggi entra in vigore la risposta della commissione europea, che ha fatto ricorso alla Wto, con tariffe da 2,8 miliardi di dollari su beni arciamericani tipo jeans, bourbon e Harley Davidson. L’accordo con l’organizzazione del commercio mondiale è di raddoppiare la cifra nel giro di tre anni se gli Stati Uniti persistono nella guerra commerciale. Nel frattempo Trump ha imposto dazi per 50 miliardi di dollari alla Cina, soprattutto su macchinari industriali e agricoli; Pechino ha risposto immediatamente mettendo barriere su manzo, pollo, tabacco e alcune automobili di provenienza americana. Ross ha allora minacciato un’altra manovra protezionista da 200 miliardi, subito pareggiata da una promessa di vendetta cinese. Fra dazi comminati e minacciati, si parla di circa 500 miliardi di dollari.

  

Il presidente americano ha deciso di usare come base legale per l’imposizione delle tariffe la sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, secondo la quale gli Stati Uniti sono legittimati ad attuare politiche protezioniste per difendere la sicurezza nazionale. Il presidente può agire unilateralmente “se un articolo è importato negli Stati Uniti in quantità tali o sotto circostanze particolari che minacciano o mettono a rischio la sicurezza nazionale”. Nessuna amministrazione aveva usato questa tortuosa giustificazione per fare protezionismo dalla nascita della Wto – specialmente ai danni dei più stretti alleati – ma è un dispositivo che calza a meraviglia con la visione nazionalista di Trump e s’accorda con il sentimento sovranista diffuso. Gary Clyde Hufbauer, economista del Peterson Institute for International Economics, dice al Foglio che nel caso scoppi una guerra di dazi su larga scala “l’economia americana, pur essendo la più ampia e resistente, non sarebbe affatto immune da danni enormi. Le guerre commerciali hanno la caratteristica di danneggiare tutti gli attori coinvolti, ma se Trump vorrà andare fino in fondo in questi gioco pericoloso potrebbe scoprire che con la commissione europea e la Wto, l’Europa ha tutti gli strumenti per combattere efficacemente sul suo terreno”. Per il momento, spiega Hufbauer, gli europei stanno lavorando soprattutto per “attirare l’opinione pubblica internazionale”, mentre Trump “vende nel mercato elettorale interno il protezionismo come una questione patriottica e testa la resistenza del Partito repubblicano ”, ma il dado non è ancora tratto. Uno studio di Morgan Stanley dice che le tariffe imposte fin qui coinvolgono una fetta piccola delle importazioni americane – il 4 per cento circa – e i dazi su acciaio e alluminio “hanno determinato una crescita dei prezzi che nel breve termine ha qualche vantaggio per i produttori americani”. Il vero discrimine, dice Hufbauer, è l’eventuale passaggio al mercato delle automobili. Quello segna la differenza fra una schermaglia fra alleati e una guerra. Trump minaccia barriere del 25 per cento sulle automobili straniere, inclusi Suv e mezzi pesanti, e sui componenti delle auto, “un provvedimento che avrebbe l’effetto di pesare sui lavoratori del settore, cioè su una categoria sindacalizzata e potente che Trump ha promesso di proteggere”. Un’analisi del Peterson Institute spiega che con tariffe del genere nel giro di tre anni gli Stati Uniti perderebbero 195 mila posti di lavoro nel settore, la produttività calerebbe dell’1,5 per cento e la forza lavoro avrebbe una flessione dell’1,9 per cento. Non proprio una manna per i forgotten men della rust belt. Secondo Hufbauer, una possibilità di scartare la minaccia autolesionista e mantenere il punto politico è “passare da un sistema di dazi a un sistema di quote, per poi rivendicare una vittoria politica”, oppure scegliere segmenti specifici del mercato da penalizzare, ad esempio le auto di lusso.

  

“Le tariffe sulle auto farebbero scattare la vera guerra, colpendo però quelli che Trump ha promesso di proteggere”, dice Gary Hufbauer 

Jagdish Bhagwati, economista della Columbia e autorità suprema nella difesa del free trade, osserva però che nella risposta dell’Europa e del Canada ci sono segni di divisioni e scompostezze che rischiano di essere controproducenti: “Combattono la battaglia giusta nel modo sbagliato”, dice Bhagwati al Foglio. Innanzitutto i leader europei e quello che lui chiama “il giovane Trudeau”, essendo stato a lungo amico del padre, Pierre, “sono troppo concentrati sul tema politico invece che sui danni economici che una guerra commerciale provoca a tutti. E’ vero, con gli alleati più tristi gli Stati Uniti si sono appigliati alla sezione 232, e avrebbero potuto usare un’altra giustificazione, ad esempio la sezione 301, quella usata con la Cina, ma reagire stracciandosi le vesti perché il presidente li tratta come un rischio per la sicurezza nazionale non è una strategia”. Se la situazione dovesse trasecolare in una guerra commerciale transatlantica, “non credo che Europa e Canada riuscirebbero a tenere una posizione comune, e questo mette Trump in una posizione di vantaggio. E’ più scaltro di quel che sembra nello sfruttare le divisioni dei suoi avversari, che poi in questo caso sarebbero i suo alleati”. In questo senso, anche il meccanismo della retaliation che oggi l’Unione europea lancia ufficialmente è una risposta politica facilmente comprensibile, ma da un punto di vista strettamente economico contraddice una consenso diffuso fra gli economisti, condensato in una massima di Paul Kurgman: “Un paese serve i propri interessi aderendo al libero commercio a prescindere da quello che fanno gli altri paesi”. La versione controintuiva dice che il modo migliore per vincere la guerra commerciale è non combatterla.

  

Fra le divisioni che il suo ruggire genera nell’Unione europea e il consolidamento di un elettorato che percepisce il protezionismo come la suprema difesa dei confini e dell’identità nazionale, il presidente americano è convinto di avere più da guadagnare che da perdere.

  

Per tenere viva la minaccia della trade war ha scelto di sacrificare il capo dei consiglieri economici, il liberista Gary Cohn, e ha dato spazio a Wilbur Ross, il segretario del commercio, e al falco anticinese Peter Navarro. Rimane il dilemma: sono manovre strategiche o rispondono a un progetto ideologico? “Si tratta soprattutto di strategia”, dice al Foglio Josef Joffe, editore di Die Zeit ed esperto di relazioni internazionali che insegna a Stanford. “Vuole usare il potere americano per cambiare i termini del commercio internazionale in favore degli Stati Uniti. Purtroppo per lui, non ridurrà il deficit commerciale con tariffe punitive. Il deficit americano è sistemico, ed è così dagli anni Settanta. Il paese consuma più di quanto produce, e i dazi su acciaio e alluminio non cambieranno i rapporti di forza. Anzi, avranno un effetto perverso: gli americani compreranno più prodotti finiti fatti con l’acciaio dall’estero, perché non ci sono barriere sui tagliaerba, gli scavatori o i frigoriferi”.

  

Per Jagdish Bhagwati l’Europa “combatte la battaglia giusta con i mezzi sbagliati” e sottovaluta la scaltrezza dell’Amministrazione

Il problema del calcolo di Trump, spiega Joffe, è che “pensa che le guerre commerciali siano facili da vincere, ma non ha idea di cosa s’intenda per ‘vincere’ in un sistema dove ogni provvedimento viene accolto da uno uguale e contrario. Uno dei primi risultati dell’azione di Trump è quello di diminuire il potere d’acquisto degli americani, un impoverimento de facto. Ma il peggio viene dopo. Diciamo che le lavatrici vengono sottoposte a dazi punitivi. Non soltanto le lavatrici Samsung o LG diventano più costose, ma questo permette ai competitor americani, ad esempio Whirlpool, di aumentare i prezzi. Ma il peggio viene ancora dopo. Se il paese colpito dai dazi risponde mettendo tariffe sulla soia o il mais, che l’America esporta in abbondanza, si perdono posti di lavoro negli Stati Uniti”. A meno di non volersi incaponire in una missione suicida, Trump sta cercando di far credere di essere in una posizione di forza per estrarre concessioni nel breve periodo. E gli alleati stanno andando a vedere il bluff.

 

C’è però un corollario finale che riguarda la volontà del presidente americano di indebolire il progetto europeo, obiettivo esplicitato in modo potente con i dazi, preludio alla grande zuffa del G7: “Basta guardare il disprezzo che nutre per europei ‘buoni’ come Angela Merkel – dice Joffe – e come s’accompagna con gli emissari della destra populista, da ultimo proprio quelli del vostro paese. Sostenere i populisti antieuropeisti significa indebolire l’Unione europea. Questo significa che Trump odia l’Europa e vuole distruggerla? Penso piuttosto che guardi l’Europa come a un ammasso di scrocconi smidollati che si stringono tremanti sotto l’ombrello strategico dell’America”. Mostrare la debolezza degli alleati che disprezza è in qualche modo una vittoria per il presidente dell’America First, ma Joffe mette in guardia dall’attribuire a Trump concetti troppo sofisticati: “Le ostilità commerciali non sono dettate da alcun ragionamento: è soltanto impulso e risentimento”.

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