Charles Krauthammer, un vero conservatore

Mattia Ferraresi

New York. Charles Krauthammer aveva dato l’ultimo saluto pubblico qualche settimana fa, con un breve editoriale sul Washington Post. Era stato operato per un tumore all’addome un anno prima, ma poi il male era tornato fuori, aggressivo e inarrestabile, e i medici avevano sentenziato che era questione di settimane. L’intellettuale conservatore è morto giovedì, a 68 anni. “Lascio questa vita senza rimpianti. E’ stata una vita meravigliosa, piena e completa di grandi amori e grandi imprese che l’hanno resa degna di essere vissuta. Mi dispiace dovermene andare, ma me ne vado sapendo di aver vissuto la vita che ho voluto”, ha scritto.

 

Commentatore, polemista, raffinato scrittore e sagace opinionista televisivo, armato di quella particolare, ironica arguzia che distingue gli ebrei newyorchesi, Krauthammer è stato uno degli intellettuali di destra più importanti della sua generazione, muovendosi con originalità nel solco della tradizione neoconservatrice. Cresciuto in una famiglia francofona prima a Manhattan e poi a Montréal, aveva studiato medicina a Harvard, e la sua passione per la psichiatria si era intensificata quando, al secondo anno della medical school, era rimasto paralizzato dal collo in giù. Era stato un freak accident, come lo aveva definito, uno di quegli incidenti improbabili e difficili da credere.

 

Si è tuffato in una piscina del campus in una mattina afosa di luglio, ha sbattuto la testa contro il fondo e istantaneamente ha capito quello che era successo: “Fra tutte le cose possibili, avevamo appena studiato la colonna vertebrale”, ha raccontato anni fa in uno speciale di Fox sulla sua storia. Il suo primo impiego da psichiatra – ironia suprema – è stato nell’Amministrazione Carter. Dalle connessioni washingtoniane sono iniziati gli articoli a tema politico, poi è diventato speechwriter di Walter Mondale e la sua carriera ha preso il volo durante gli anni di Reagan. E’ stato lui a definire i tratti (e a coniare l’espressione) della Dottrina Reagan. Era per molti versi atipico. Sosteneva il diritto all’aborto ed era contrario all’eutanasia, era un devoto della politica di Bush che si batteva per la ricerca sulle cellule staminali, motteggiava creazionisti e adepti del disegno intelligente, opponendo uno scientismo implacabile, ma considerava l’ateismo “la più implausibile fra tutte le teologie”. Uno dei saggi che ha definito la sua carriera è The Unipolar Moment, sul ruolo dell’America come superpotenza incontrastata in un mondo monopolare, una visione da leggere parallelamente a quella del Francis Fukuyama di The End of History? (i due hanno avuto una lunga battaglia intellettuale).

 

David Brooks, un altro che condivide un genio analogo, lo ha definito “il più importante columnist conservatore” e anni fa Ben Smith, direttore di BuzzFeed e allora cronista di Politico, cresciuto anche lui nel brodo culturale degli intellettuali repubblicani, ha detto che “nell’era di Obama è emerso come voce conservatrice fondamentale, il tipo di leader dell’opposizione che l’economista Paul Krugman è stato per la sinistra negli anni di Bush: un coerente, sofisticato e implacabile critico del presidente”. Dal canto suo, Krauthammer si accontentava di essere “l’unico, assieme ad alcuni stati, canaglia ad avere ricevuto una scusa pubblica da parte della Casa Bianca”, quando aveva scritto della rimozione del busto di Churchill dallo Studio Ovale, ordinato da Obama. I consiglieri del presidente avevano gridato alla fake news, dicevano che il busto era ancora lì, ma avevano confuso le statue e sono stati costretti dall’implacabile Krauthammer a presentare scuse formali. Era allergico a Trump e alla tradizione nazionalista a cui il presidente fa – più o meno consapevolmente – riferimento e si è rifiutato di votarlo sulla base delle prove, per lui sufficienti, che lo collegano alla Russia di Vladimir Putin. Il presidente ha insultato “il tizio che non riesce nemmeno a comprarsi un paio di pantaloni”, ma Krauthammer non ha ceduto alla tentazione di scendere sul terreno triviale in cui Trump ambisce a portare tutti quelli che lo criticano. Ha continuato, con la solita arguzia, a snocciolare argomentazioni conservatrici per criticare lo pseudo-conservatore arancione. In un contesto del genere, la sua mancanza si sentirà ancora di più.

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