I migranti e la disumanità calcolata

Mattia Ferraresi

New York. Le voci dei bambini nelle gabbie al confine con il Messico, i dettagli sugli asili-prigione e ancora gli abusi, raccontati dal Texas Tribune, che in questi centri avvengono almeno dal 2013 hanno fatto venire il dubbio anche ai più cinici falchi anti immigrazione che volano intorno a Donald Trump che la politica della tolleranza zero sia immorale e politicamente controproducente. L’annuncio presidenziale di un ordine esecutivo per tenere unite le famiglie dei migranti arriva dopo giorni di pressioni in cui la difesa costituita dalle massime “lo faceva anche Obama” e “è colpa di una legge dei democratici” appare intenibile. Un funzionario della Casa Bianca dice “mi vergogno di quello che stanno facendo”, deputati e senatori che Trump ha incontrato martedì manifestano opposizione alla tolleranza zero, Ted Cruz ha un disegno di legge pronto per revocare le separazioni, la segretaria per la Sicurezza nazionale, Kirstjeen Nielsen, ha la lettera di dimissioni nella borsetta, John Kelly, il capo di gabinetto, vive da separato in Casa Bianca, lui che lo scorso anno aveva ammesso che la separazione dei clandestini dai figli era una delle misure deterrenti che il governo stava considerando. Parte del dissenso interno è collegato anche ai sondaggi, che non si prestano però a una lettura univoca: due terzi degli americani sono contrari alla separazione delle famiglie, ma se si considerano soltanto i repubblicani la percentuale dei favorevoli è del 55 per cento.

 

Chi è immune da queste considerazioni, non importa se per ragioni di coscienza o per calcolo elettorale, è Stephen Miller. Per il consigliere trentaduenne che ha concepito la politica della tolleranza zero il contraccolpo dell’opinione pubblica non è un difetto o un errore di valutazione: è il pregio supremo. Miller persegue in modo sistematico la politica dello scandalo e dell’oltraggio, ha teorizzato la necessità di scioccare e atterrire l’opinione comune con trovate indicibili, nella convinzione che l’agitazione del popolo intransigente sia l’unica via per il successo. La resipiscenza di una parte dei repubblicani a Washington è nulla rispetto all’elettrificazione emotiva delle masse nativiste. Quindi non solo non fa nulla per attribuire una qualche continuità alle politiche migratorie delle due Amministrazioni, via in parte scelta anche dal suo capo, ma al New York Times ha detto che bisogna “turn the ship”, girare le navi e procedere nella rotta opposta.

 

Miller è diventato uno specialista in questa forma estrema di épater la bourgeoisie su scala planetaria. Assieme a Steve Bannon ha concepito il “travel ban” e ha pensato di annunciarlo nel fine settimana, per dare la possibilità ai manifestanti di andare in massa negli aeroporti a protestare e aumentare così il senso di disperazione dei benpensanti, unico carburante efficace per alimentare i sentimenti della base. Si tratta di un’arte strategica affinata nel tempo, con poco spazio lasciato all’improvvisazione. Quando era al liceo, nella progressista Santa Monica, in California, accusava i suoi compagni di essere dei terroristi, scriveva sul giornale della scuola che Bin Laden si sarebbe trovato a meraviglia in quell’ambiente e organizzava eventi per la sensibilizzazione all’islamofascismo. Le chiama “controversie costruttive” e, come ha raccontato McKay Coppins dell’Atlantic, non si tratta di provocazioni ma di strumenti di governo. Così mentre tutti i repubblicani parlano di marcia indietro lui lavora per un rilancio della tolleranza zero in vista delle elezioni. Miller legge la storia dell’affermazione politica di Trump attraverso questa lente: aveva promesso la chiusura delle frontiere ai musulmani, il muro, il temporaneo spegnimento di internet e altre iperboli che Hillary Clinton aveva bollato come pericolose enormità antidemocratiche e disumane, e “la gente ha risposto agli avvertimenti votando per Trump”. La detenzione dei bambini è perfettamente in linea con la logica di Miller.

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