Trump sacrifica Nielsen e prepara una nuova fase di tolleranza zero

Mattia Ferraresi

New York. Il volto telegenico di Kirstjen Nielsen, il segretario per la Sicurezza nazionale, è stato scelto dall’Amministrazione Trump come testimonial della “tolleranza zero” sull’immigrazione, ma Nielsen si è presto trasformata in un agnello sacrificale nella mattanza politica sulla separazione dei minorenni dalle famiglie al confine con il Messico. Lunedì si è presentata davanti ai cronisti della Casa Bianca con l’intento di dare un ordine alla linea difensiva urlata in modo sconnesso da Trump via Twitter, ma la performance è stata un disastro di contraddizioni e inadeguatezze. Nielsen ha continuato a sostenere che la politica di separare i minori dai genitori al confine, mentre questi ultimi vengono processati per essersi introdotti illegalmente negli Stati Uniti, non è una decisione di questo governo ma una legge del Congresso che semplicemente l’Amministrazione sta sta facendo rispettare, ha detto – mentendo – che il governo non ha altra scelta, ha offerto numeri e dettagli tecnici sconclusionati alle domande dei cronisti sulle violazioni dei diritti umani e si è dimostrata in molti modi incapace di gestire la crisi. Dicono che Trump, il quale giudica tutti i suoi sottoposti innanzitutto per le performance televisive, si sia imbufalito, ma allo stesso tempo il suo spietato reality ha bisogno di figure sacrificabili pronte a bruciare al rogo dell’opinione pubblica per mandare avanti la macchina di governo.

 

Nielsen non è l’architetto della politica della tolleranza zero, è soltanto il parafulmine, e la sua protezione politica alla Casa Bianca sta svanendo. E’ il capo di gabinetto, John Kelly, che l’ha voluta nel ruolo che lui stesso occupava prima di diventare la figura che dà ordine e disciplina al trumpismo, ma di questi tempi Kelly è inascoltato e isolato, i colleghi vedono spesso le sue guardie del corpo davanti alla palestra dell’Eisenhower Building, in pieno giorno, e a qualche confidente si è lasciato scappare la speranza che l’Amministrazione collassi su se stessa.

Chi guida questa fase politica è invece Stephen Miller, intransigente consigliere che aveva già investito molte energie sul “travel ban”, poi limitato e bloccato nelle aule di tribunale, e ora ci riprova con la tolleranza zero sulle politiche migratorie al confine. Miller è convinto che “questo è il contrasto fondamentale che abbiamo davanti a noi”, come ha detto in un’intervista a Breitbart il mese scorso, e il “Partito democratico rischia gravemente di allontanarsi dagli elettori americani continuando con le sue posizioni contrarie all’applicazione della legge”. Lo scopo di Miller, sostenuto dal procuratore generale Jeff Sessions, è riportare con forza inusitata l’immigrazione al centro della scena politica in vista delle elezioni di midterm di novembre, e anche per questo spinge l’escalation retorica di Trump. Il presidente promette che gli Stati Uniti “non diventeranno un campo profughi”, parla di “morte e distruzione” causata dagli “animali” che “infestano il nostro paese”, commisera la cultura europea che è stata “violentemente cambiata” dall’immigrazione di massa. Tutto questo è carburante per l’agenda di Miller, il quale non ha alcuna intenzione di fermarsi. La tolleranza zero sulle famiglie che varcano il confine è solo l’inizio di un percorso che in autunno dovrebbe portare a nuovi provvedimenti per limitare i visti dei lavoratori agricoli, ridefinire le regole sui permessi per gli studenti, ostacolare l’accesso degli immigrati con permesso di soggiorno al sistema di welfare e altre misure che sono in discussione alla Casa Bianca. Miller è convinto che un pacchetto di misure da tolleranza meno di zero farà dimenticare alla base elettorale che il muro al confine non c’è e che il “travel ban” è al momento neutralizzato. Il sondaggio Gallup che misura la popolarità presidenziale sembra dare ragione al calcolo politico: Trump non è mai stato tanto amato come dallo scoppio della crisi del confine.

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