Il prestigiatore Trump all'attacco della Germania

Mattia Ferraresi

Donald Trump, il prestigiatore che catalizza o devia l’attenzione a seconda dei venti, è andato all’attacco della Germania per alleggerire il peso dell’assedio sulle disumanità di cui è accusato al confine con il Messico: “Il popolo tedesco si sta rivoltando contro la sua leadership mentre l’immigrazione sta scuotendo la già fragile coalizione di Berlino. Il crimine in Germania è in crescita. E’ un grande errore in tutta l’Europa lasciare entrare milioni di persone che hanno cambiato la sua cultura in modo così profondo e violento”, ha scritto il presidente.

      

E’ una variazione migratoria e law and order sull’ancestrale tema trumpiano “non diventeremo come l’Europa”, già di recente esplorato con le avvisaglie di una guerra commerciale con gli alleati. Alimentare la battaglia Trump-Merkeliana, puntando tutto sul nemico esterno, ha lo scopo di proiettare il presidente fuori dalla crisi interna riguardo alla separazione forzata dei minori dalle famiglie che varcano illegalmente il confine meridionale, e poco importa se il tasso di criminalità in Germania è in calo. Il punto è reiterare il concetto: “Gli Stati Uniti non saranno un campo profughi”. Per chiudere il cerchio della deresponsabilizzazione ha gridato “change the laws!”, cambiate le leggi, ovvero prendetevela con il Congresso.

  

Di fronte allo sdegno per gli oltre duemila bambini divisi dai genitori nelle ultime sei settimane, sentimento bipartisan che ha unito Melania Trump a Laura Bush e Bill Clinton, molti repubblicani al Congresso ed esponenti dell’Amministrazione, fino ai vertici del tabloid trumpiano New York Post, il presidente ha scaricato le colpe: “E’ colpa dei democratici che sono stati deboli e inefficaci con la sicurezza dei confini e il crimine”.

 

Il messaggio che trasmette alla sua base è che il governo sta soltanto applicando le leggi approvate con i voti dei democratici, e che l’Amministrazione Obama non ha esitato a far rispettare. Lo slogan propagandistico contiene una mezza verità: è vero infatti che la legge permette la separazione dei minori e la loro detenzione temporanea, ma il predecessore aveva dato mandato agli agenti di frontiera di non dividere i nuclei famigliari, se non in casi estremi in cui i genitori potevano rappresentare un pericolo per i figli.

  

La legge dunque permette il disgiungimento familiare, ma a tradurlo in pratica è una scelta politica dell’attuale Amministrazione. Si tratta della politica di “tolleranza zero” abbracciata dal governo su pressione di Stephen Miller, il consigliere che teorizza la necessità di misure scioccanti e oltraggiose per creare un effetto deterrente. All’inizio della presidenza Trump, quando gran parte dell’energia politica era concentrata sul muro al confine con il Messico, il numero degli stranieri che tentavano di varcare il confine meridionale è calato, salvo poi tornare a livelli pre Trump nel corso di un anno e mezzo segnato più da slogan che da provvedimenti fattivi.

   

E allora Trump è tornato ad abbeverarsi alla fonte di Miller, il quale peraltro smentisce la promessa di non indagare genitori di minori che entrano illegalmente formulata da Jeff Sessions, procuratore generale ormai senza portafoglio. Nello sghembo tentativo di difendere la legittimità della decisione, Kirstjen Nielsen, segretario della Sicurezza nazionale, si è ritrovata a contraddirsi platealmente negli ultimi due giorni: domenica diceva che “non abbiamo una politica di separazione delle famiglie al confine”, ieri a New Orleans spiegava che è “importante capire che ci stiamo prendendo cura di questi minori”. Un giorno i bambini non vengono separati dai genitori, il giorno dopo vengono separati ma con gentilezza. Nel dubbio, è colpa della Germania.

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