L’emergenza è la percezione

Micol Flammini

Prima delle elezioni ungheresi, il capo della cancelleria di Viktor Orbán, János Lázár, andò a Vienna, in uno dei quartieri della capitale austriaca con un’alta presenza musulmana, e girò un video in cui comparivano strade sporche, donne velate, chioschetti di kebab, negozi con caftani, hijab e turbanti in esposizione, pochi bianchi – per lo più pensionati – seduti soli sulle panchine malmesse. Per quelle strade non c’era niente che facesse pensare all’Europa, e il politico attaccava: “Così diventerà Budapest nei prossimi tempi se i partiti di opposizione lasceranno entrare gli immigrati”. Il video poi fu al centro di una querelle su Facebook, portò anche allo scontro tra Fidesz, il partito di Orbán, e l’Fpö, il partito austriaco di ultradestra al governo con Sebastian Kurz che lo contestò per aver diffuso un’immagine poco dignitosa dell’Austria. Durante la campagna elettorale a Budapest, l’opposizione sui social aveva commentato che per le strade c’erano più cartelloni contro i migranti che migranti ed effettivamente, stando ai dati diffusi dalla World Bank e relativi al 2016, l’Ungheria ha accolto soltanto 4.691 rifugiati accettando solo l’1,6 per cento delle domande di asilo ricevute. Budapest non ha nessuna emergenza migranti, lo sanno bene i populisti, lo sanno bene gli ungheresi e soprattutto ne è a conoscenza Viktor Orbán, il quale è riuscito a conquistare il suo quarto mandato facendo leva sulla paura di un’invasione di immigranti musulmani portati dalle ong, “finanziate da George Soros per scristianizzare l’Europa”.

  

Questo discorso è diventato centrale nella maggior parte dei paesi dell’est europeo, conquistati dal fuoco sovranista e dalla rabbia nazionalista che hanno spinto Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia a creare una piccola e impenetrabile Europa dentro l’Europa che ha opposto, in questi ultimi anni, all’idealismo occidentale europeista il pragmatismo orientale euroscettico. L’idea cardine di questa nuova Europa ruota attorno alla paura dell’invasione. L’est europeo è la zona meno interessata dal fenomeno migratorio, eppure è stata proprio l’immigrazione l’argomento convincente che ha portato Orbán, Kaczynski, Babis e lo sloveno neoeletto Jansa alla vittoria. In Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Slovenia i migranti non sono molti, in alcune città non ce ne sono affatto, ma è un istinto di conservazione ad aver portato gli elettori a compiere la scelta populista alle urne.

  

Nella Polonia governata dal Pis, Diritto e Giustizia, partito nato dalle costole del Solidarnosc, europeista agli albori e oggi carico di rivendicazioni contro l’Europa, il totale dei rifugiati accolti fino al 2016, sempre dati World Bank, era di 11.703 persone, con i richiedenti asilo la cifra arriva a 26.000. La Polonia fino al 2015 era tra i paesi più disposti ad accogliere, poi il cambio di governo ha determinato una svolta radicale nei rapporti tra Varsavia e Bruxelles. Il Pis si è rifiutato di accogliere le quote di rifugiati previste dal trattato di Dublino secondo il quale alla Polonia sarebbe toccato accogliere 6.182 persone, che però, con Beata Szydlo al governo e Kaczynski dietro le quinte, non sono mai arrivati. Dal punto di vista della nazionalità la Polonia è il paese più omogeneo d’Europa, solo lo 0,4 per cento della popolazione proviene da altri paesi secondo l’Eurostat. Eppure Diritto e Giustizia ha vinto portando avanti la stessa crociata di Orbán basata sulla contrapposizione tra l’ovest assediato, scristianizzato e impoverito e l’est libero, cristiano e arricchito.

  

Anche in Repubblica ceca, seppur con toni più lievi, Andrej Babis e soprattutto il presidente Milos Zeman, eletti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno sventolato lo spauracchio dell’immigrazione, fenomeno poco rilevante dove su una popolazione di 11 milioni di abitanti, solo 400.000 persone sono straniere e nel novero sono compresi regolari e irregolari, nonché altri cittadini comunitari stabilitisi in Repubblica ceca. Nei paesi populisti, ordinatamente allineati a est, accomunati da un sostrato culturale e storico simile, con al governo una classe politica di vecchia data, tutti oppositori del comunismo ed ex amanti del liberismo, passati per l’infatuazione europeista e ora convertitisi al nazionalismo e all’amore per le frontiere, l’immigrazione è un fenomeno che fa paura. Il populismo non si presenta ai cittadini come il rimedio all’“invasione”, ma la prevenzione.

  

Immigrazione e populismo sono due fenomeni che si respingono, il populismo prospera laddove ci sono meno immigrati – si presenta come garanzia dello status quo – e gli immigrati scarseggiano dove vincono i populismi – che una volta arrivati al governo si impegnano a chiudere le frontiere. Non è solo una tendenza est europea, ma interessa anche le nazioni che sono riuscite ad arginare l’estrema destra alle ultime elezioni. La Germania è tra i paesi che accolgono più migranti, alla fine del 2016 erano 1 milione e 270mila tra regolari e irregolari, e alle ultime elezioni il terrorismo e la crisi migratoria sono stati le note dominanti della campagna elettorale dell’Afd, il partito nazionalista che alle urne il settembre scorso ha preso il 12,6 per cento dei voti, unico partito in crescita in una crisi che ha coinvolto sia Angela Merkel sia i socialisti dell’Spd. Alternative für Deutschland ha conquistato 94 seggi, ma i voti sono arrivati dalle zone con una presenza di immigrati più bassa. La retorica anti immigrazione ha avuto un ruolo fondamentale nel successo dell’Afd, che per la prima volta è riuscito a entrare in Parlamento e ad accreditarsi come terza forza politica del paese, ma a darle credito sono stati i tedeschi che nella loro quotidianità hanno avuto meno a che fare con gli stranieri. Istinto di conservazione e paura, gli stessi sentimenti che hanno segnato il successo dei populismi a est, hanno consegnato i land orientali e la Baviera, zone storicamente affezionate al partito della Cancelliera e dove sono arrivati meno immigrati, ad Alternative für Deutschland.

  

Come nelle Midlands britanniche, zone puramente inglesi dove gli argomenti euroscettici e anti immigrazione della Brexit hanno trovato terreno fertile, anche la Francia del 2016 ha riservato le sue sorprese. La sfida era storica, Marine Le Pen aveva fatto uscire il Front National dalla sua marginalità e lo aveva portato al ballottaggio contro Emmanuel Macron, a capo di un partito nuovo, senza eguali in Europa. Era la sfida tra le forze più antitetiche che la Francia potesse mettere in campo, il nazionalismo contro l’europeismo. Il protezionismo contro il liberismo. Francia first contro Europa first. Se al ballottaggio Macron ha vinto quasi in tutta la nazione, lasciando alla Le Pen solo le regioni di Aisne e Calais, al primo turno la distribuzione del voto è stata più varia e la leader del Fn ha vinto o dove l’emergenza non esisteva (Normandia, Centro Valle della Loira, Borgogna Franca contea, regioni con meno centri di accoglienza del paese) o dove era alto il tasso di immigrazione percepita, come a Calais e nel Grande est.

  

La percezione errata, l’esagerazione del fenomeno dell’immigrazione sono gli errori con cui la non-emergenza in Italia è stata trasformata in emergenza. In una nazione in cui esistono due diversi tipi di populismi, due colori differenti che dopo il 4 marzo hanno consegnato il ritratto di una nazione divisa dal giallo a sud e il verde a nord ma unita dalle stesse fobie e dalla stessa rabbia, l’immigrazione si presenta come un fenomeno percepito e non come un’emergenza reale. La percentuale dei migranti in Italia in rapporto alla popolazione è del 7 per cento, ma la percezione è del 24 per cento. L’Italia ha un problema con i migranti, così come l’est europeo, ma non ha nessuna emergenza.

  

La Commissione europea ha proposto a maggio di triplicare i fondi – da 13 a 35 miliardi di euro – previsti per il prossimo bilancio per la gestione delle frontiere europee e i migranti. E’ la risposta dell’Unione, per ora rimane una proposta per un futuro progetto, per contrastare l’immigrazione e forse anche i populismi.

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