Rodman e l'arte di capire Kim

Mattia Ferraresi

La cosa più incredibile dell’intervista concessa da Dennis Rodman alla Cnn, durante l’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un, non era lo spettacolo surreale dell’ex campione di basket che con cappellino rosso di “Make America Great Again” e la maglietta della criptovaluta Potcoin si entusiasma e poi si commuove, e piangendo come un bambino ringrazia chiunque, compreso Eddie Vedder, per questa giornata memorabile che incorona il suo lavoro di improbabile pontiere fra i due ego più strabordanti della geopolitica globale; e nemmeno che un’ora dopo l’inizio dell’incontro storico “Dennis Rodman” fosse il trending topic su Twitter, molto prima di “denuclearizzazione”.

 

La cosa più incredibile è che James Clapper, ex direttore dell’intelligence e durissimo critico di Trump e di tutto ciò che lo circonda, nello studio della Cnn ammetteva l’inammissibile di fronte alla sconcertante performance: Rodman ha capito Kim molto meglio di tanti agenti dell’intelligence, di tanti accademici, di tanti pundit che raccontano la Corea del nord in termini geostrategici e politologici, mentre molto accade nella dimensione personale.

 

E in quella dimensione Rodman, con i suoi piercing, i suoi occhiali scuri sotto i quali scendevano lacrime calde, le sue partite di compleanno a Pyongyang e il senso, invero anche molto trumpiano, che ciò che conta più di ogni altra cosa è la capacità di stabilire relazioni di fiducia fra uomo e uomo, si è dimostrato un personaggio dalle qualità eccellenti. Anche Clapper, insomma, pur osservando gli enormi limiti nel modo in cui il summit è stato concepito e preparato, ha ammesso che la capacità di stabilire relazioni per capire l’altro è una caratteristica che abbonda in Trump e nelle comparse, ufficiali e ufficiose, che lo circondano nell’infinito reality show della presidenza, mentre scarseggiano negli organi governativi e nelle burocrazie.

 

Che sia Rodman il titolare supremo della trasvalutazione occidentale e pop del dittatore che ama il basket e gli hamburger è un dato piuttosto sconcertante, ma non è che parte del più ampio sconcerto per l’affermarsi di una politica della personalità e dell’ego che ha portato un tycoon d’avanspettacolo a guidare uno dei momenti diplomatici più significativi – a prescindere dai risultati – degli ultimi decenni. Rodman è il suo degno scudiero. E dire che anni fa lo trattava a pesci in faccia proprio sulla questione coreana: “Rodman era ubriaco o drogato quando ha detto che voglio andare in Corea del nord con lui. Sono felice di averlo licenziato su The Apprentice!”. Era prima che l’ex cestista regalasse a Kim Jong-un una copia di The Art of the Deal.

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