Il voto parlamentare sulla Brexit e l’immobilismo

Paola Peduzzi

Il sottosegretario britannico si dimette perché la gestione della Brexit da parte del suo governo è troppo caotica, troppo farraginosa, lui, Phillip Lee, ha una responsabilità nei confronti del suo popolo, gli elettori della sua circoscrizione, deve guardare negli occhi i suoi figli e tutti gli altri che si fidano del suo giudizio e sentirsi sicuro di aver difeso gli interessi del suo paese. Il mio popolo, il tuo popolo, io, tu, noi: volontà e dannazione insieme, gli inglesi si arrovellano da mesi – mesi cupi, mesi ansiosi – su come dare seguito alla volontà popolare, mentre attorno si scrive un romanzo che ha un tratto comico irrimediabile: martedì per esempio sono stati pubblicati i francobolli celebrativi di “Dad’s Army”, la sit com della Bbc più celebre degli anni Settanta. In realtà il tema avrebbe dovuto essere la Brexit, ma non ci si è accordati su come farli, su come rappresentarlo, questo divorzio disgraziato, e così ora sulle buste possiamo mettere francobolli con sguardi stralunati di personaggi stranoti che gridano “siamo spacciati!” o “non fatevi prendere dal panico!” o “lo dico alla mamma!”. Il tempismo, nel Regno senza più tempo, è stranamente perfetto: siamo spacciati, dicono le buste, e lo showdown è qui, il Parlamento ha iniziato martedì a discutere gli emendamenti al “Brexit Bill”, la legge che regolamenta l’uscita dall’Ue, con i suoi tanti personaggi, i ribelli indefessi, gli impauriti, gli immobili. Quindici emendamenti da votare, alcuni decisivi, quarantotto ore in cui – scrive il Financial Times – può cambiare tutto, o magari niente: nel tormento brexitaro si è persa la lucidità necessaria per notare la differenza.

  

I tabloid, da sempre interpreti agguerriti della pancia del paese, mettono naturalmente il popolo in prima pagina: avete una scelta facile davanti, voi rappresentanti del popolo – scrive il Sun, in una cover in cui vengono rappresentati, su uno sfondo verde di colline, ruscelli e pecore, i gioielli britannici, molti dei quali sono simboli di aree anti Brexit, ironia assoluta di un’anima nazionale spaccata a metà – o “Great Britain or Great Betrayal”, la nostra Gran Bretagna o un grandissimo tradimento. Il Daily Express usa toni più minacciosi, da un parte c’è la Camera dei Lord che non è eletta da nessuno, dall’altra ci sono 17.410.742 inglesi che hanno votato per la Brexit, in mezzo ci sono i parlamentari che devono decidere che fare, ma – e i caratteri diventano cubitali – potrete “ignorare il volere del popolo a vostro rischio e pericolo”.

  

La Camera dei Comuni ha iniziato a fare il suo dovere: votare sì o no agli emendamenti elaborati dai Lord che non avendo un popolo di riferimento si muovono per istinto (e l’istinto delle élite è anti Brexit purissimo). Hanno vinto gli immobili, per ora, quelli che prendono tempo, rimandano, non si valuta oggi, aspettiamo novembre. Ha vinto il governo sui Lord, anche. Theresa May ha fatto un appello ai Tory, non fate ribellioni sceme, ché l’unica cosa che si ottiene a lavare i panni sporchi in pubblico è che l’Europa si sente forte, e il negoziato diventa infernale. Il Labour circospetto ha dato istruzioni emendamento per emendamento: era troppo facile essere contro la Brexit senza se e senza ma. Martedì il voto più importante è stato sull’emendamento 19, che va dritto al cuore dell’intera operazione Brexit, ma anche al nostro, ché tutti quanti siamo alle prese con la volontà popolare: si chiama “meaningful vote” e dà al Parlamento il potere di giudicare l’accordo che il governo negozierà sulla Brexit e di prendere la regia dei colloqui con Bruxelles. Per gli anti Brexit era il primo passo per ribaltare l’obbrobrio della Brexit, ma il Parlamento ha deciso che era meglio stare immobili, 14 ribelli si sono fatti convincere dalla May: facciamo fare al governo, anche se non ci fidiamo affatto, almeno fino al 30 novembre, poi ne riparliamo. Oggi si ricomincia: incombe l’unione doganale, siamo spacciati, o forse no, l’opposizione non distingue più la differenza, noi non distinguiamo più l’opposizione.

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