Il vertice di Singapore a tre dimensioni

Massimo Morello

Singapore. Bisogna elaborare un “concetto strategico complesso come un gioco degli scacchi a tre dimensioni”. Secondo Michael J. Green, ex consigliere speciale di George W. Bush, oggi studioso e analista di relazioni internazionali, per gestire un’efficace politica estera americana in Asia bisogna essere grandi maestri di quel gioco. Che questa partita si svolge contemporaneamente su diversi piani dimensionali lo si vede a Singapore, in occasione del summit tra il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, formalmente compiuto nella mattina del 12 giugno (mentre in Italia era ancora notte). E’ già stato definito, correttamente, “storico”, ma quale storia disegnerà lo si potrà comprendere solo in un tempo valutabile secondo i criteri asiatici: anni. Perché le analisi, come i piani di gioco, si sovrappongono, s’intersecano, si confondono, disegnando un intreccio che appare caotico ma alla fine si compone in un suo ordine naturale.

  

Trump conta sul suo istinto, ma per chi va a caccia di maestri di giochi su più piani che si intrecciano incontra solo maestri dell’illusione

Singapore ne è non solo scenario, ma anche metafora: in questa città si emulsionano utopia e distopia, architetture brutaliste (proprio nell’area di Tanjong Pagar road, definita Little Korea per pochi ristoranti tipici) e “aliene” come quelle disegnate dai grattacieli del Financial District, tra terre sottratte al mare e riserve idriche, tra il controllo del confucianesimo in politica e l’imprinting libero del taoismo, tra culture conviventi – la cinese, la malay, l’indiana – eppure a volte conflittuali. Per averne un’immagine panoramica basta prendere la funicolare che da un’altura sopra il centro porta all’isola di Sentosa, il luogo del summit. In malay Sentosa significa Pace. A questo è stata destinata: al relax, al divertimento dei singaporeani. Un’isola che non c’è, in realtà: lo stretto braccio di mare che la separa dalla città, circa cinquecento metri, è attraversato da un ponte stradale, da una monorotaia sopraelevata, da un tunnel sottomarino. Ancora una volta piani che si sovrappongono. Ma è da quello più alto, dalle cabine della funicolare, che l’immagine si fa chiara e confusa al tempo stesso: vedi le strutture del porto che registra uno dei più altri traffici di container al mondo, interamente computerizzate, le navi che si allineano al largo formando un altro orizzonte, facendo comprendere i traffici tra oriente e occidente. E poi le guglie di un castello stile Fantasy, gli enormi scivoli dell’aquapark, le gigantesche strutture dei resort dove i singaporeani vengono a trascorrere un week end in spiaggia o una serata romantica, per un anniversario o un’avventura clandestina. Si vedono tratti verdi di foresta pluviale risparmiata a scopo di mini trekking che circondano altri alberghi, un casinò, parchi tematici. L’isola appare tutt’altro che blindata. L’unica strada chiusa è quella che conduce al Capella, l’hotel sei stelle disegnato dallo studio di Norman Foster che è la sede dell’evento. Scelta razionale non tanto in funzione della sicurezza quanto della tranquillità dei cittadini di Singapore, già turbati dai mini ingorghi (per loro eventi innaturali) provocati dal summit.

 


Kim e il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong (foto LaPresse)


 

Anche questi dettagli, differenze d’interpretazione su fenomeni marginali, il traffico, la percezione della sicurezza, dimostrano quanto la realtà sia più complessa e, pur di non accettarla come tale, se ne osservano i dettagli. Come l’enfasi posta sui costi del summit (venti milioni di dollari di Singapore, poco meno di 13 milioni di euro) e sul fatto che il governo abbia pagato le spese di Kim Jong-un. Il costo è stato confermato dal primo ministro Lee Hsien Loong in un breve incontro svolto nel centro stampa allestito nel paddock del Gran Premio di F1 di Singapore (che costa circa 150 milioni di dollari). “E’ un prezzo che paghiamo volentieri”, ha detto Lee, aggiungendo un commento che agli occidentali può apparire “scorretto”: “Se vi mettete a calcolare il costo di ogni cosa, perdete di vista le cose davvero importanti”. E che il conto di Kim sia stato pagato dal governo lo ha tranquillamente dichiarato il ministro degli Esteri Vivian Balakrishnan. “Lo avremmo ospitato volentieri in ogni caso, anche se non ci fosse stato il summit. Non è un fatto rilevante”, ha risposto in un’intervista alla Bbc, che negli ultimi tempi sembra molto attenta ai possibili errori delle ex colonie britanniche, come la Birmania o Singapore.

 

 

Molto più rilevante, “non ha prezzo”, si direbbe, il guadagno d’immagine. Lo ha sintetizzato il ministro della Difesa Ng Eng Hen, secondo cui, senza Singapore, l’organizzazione del vertice non si sarebbe potuta realizzare in tempi così stretti. Testimonianza del ruolo di Singapore quale città platonica, luogo demiurgo in cui si materializza la pace (che ha un precedente nell’incontro del 2015 tra Xi Jinping e l’allora presidente di Taiwan Ma Ying-jeou, il primo incontro tra i leader delle “due Cine” dal 1949). E’ in quest’ottica che va interpretata l’affermazione di una fonte del Foglio a Singapore cui chiediamo perché non si riescano ad avere informazioni su ciò che sta accadendo. “Noi siamo solo gli ospiti – risponde – E’ questo il nostro compito”. Per avere notizie, dice, bisogna rivolgersi allo staff della Casa Bianca o all’ambasciata nordcoreana, cui fornisce indirizzi mail che resteranno senza risposta. Del resto, anche i giornalisti americani fanno parte a sé, mentre i nordcoreani sono invisibili e incogniti. Tanto che la notizia che circola come un evento è che un editoriale del Rodong Sinmun, organo del Comitato centrale del Partito dei lavoratori della Corea, ha “confermato” che Kim è andato a Singapore per incontrare Trump e che “noi stabiliremo una nuova èra per rispondere alle domande di una nuova èra”.

 

L’arrivo di Kim, quella scritta sull’aereo che dice tutto, e la fonte locale che dice: “Noi siamo gli ospiti, questo è il nostro compito”

Le cose davvero importanti, come direbbe Lee, sono altre, su altri piani. Ma anche queste si confondono tra le interpretazioni. Prima fra tutte l’influenza dei cinesi. Ora e, soprattutto, in futuro. Secondo alcuni osservatori una distensione tra America e Corea del nord, porterebbe inevitabilmente a un distacco, pur limitato, della Corea dalla Cina, sinora considerata l’unico vero Grande Fratello di Kim. Della crescente insofferenza da parte di Kim nei confronti di Pechino sarebbero prova l’eliminazione di suo zio Jang Song-Taek e del suo fratellastro Kim Jong-nam, entrambi considerati uomini di Pechino a Pyongyang. Ma è altrettanto difficile ignorare il fatto che Kim è arrivato a Singapore a bordo di un aereo della Air China, considerato una specie di Air China One, messo a disposizione da Xi Jinping. E che i cinesi, più abituati a ragionare in termini multidimensionali, sanno che la penisola coreana rappresenta un’estensione territoriale del Regno di Mezzo nel Pacifico occidentale e hanno tutto l’interesse, se non alla riunificazione, a una situazione di pace che alimenti una nuova economia locale. Senza contare che questa grande Corea avrebbe di fronte un comune nemico, il Giappone, ultima frontiera degli Stati Uniti su quell’Oceano. “Se ti trovassi su un’isola deserta con un giapponese e un cinese, entrambi dello stesso aspetto, chi sceglieresti?”, è la domanda posta a una giovane giornalista della Kbs, la Korean Broadcasting System, la Rai della Corea del sud. “Sono nazionalista”, risponde, sottintendendo che non sceglierebbe nessuno dei due. “Ma saresti là sola, dopo tanto tempo, e ci sono solo loro. Che dici: il cinese?”. Non risponde, ma sorride nascondendo la bocca con la mano, come fanno le donne asiatiche. Il che significa che sceglierebbe il cinese, a malincuore.

 

E’ un altro livello in cui si gioca questa partita: quello delle emozioni, delle passioni, che in un modo o nell’altro tutti i grandi protagonisti di questo summit, come di altri, hanno alimentato. Emozioni che valgono anche per i protagonisti: i sorrisi di Kim a Singapore appaiono un segno di piacere nel veder riconosciuto il suo status oltre i confini del suo “stato eremita”. Mentre la serietà di Trump, come appare sugli schermi della sala stampa, sembra confermare la sua volontà di dimostrarsi un maestro dell’accordo. “Gli accordi sono la mia forma d’arte” ha scritto nel suo libro “The Art Of The Deal”. “C’è chi dipinge bei quadri o scrive splendide poesie. A me piace fare accordi. Meglio se grandi. E’ così che colpisco meglio”.

 

Così, alla fine, la partita che dovrebbe essere giocata da Maestri di scacchi tridimensionali avviene tra Maestri dell’illusione.

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