Newsom vince in California (con Trump esultante) e pensa al 2020

Mattia Ferraresi

New York. All’indomani della nottata dello spoglio di un grappolo di primarie in giro per l’America – si è votato per diverse corse elettorali in California, Montana, New Jersey, Iowa, New Mexico, South Dakota e Alabama – Donald Trump ha twittato trionfante: “Grande notte per i repubblicani! Congratulazioni a John Cox per i numeri davvero grandi in California. Può vincere. Anche la Fake News Cnn ha detto che l’impatto di Trump è stato notevole, più di quanto avrebbero mai creduto possibile. L’onda blu potrebbe trasformarsi in un’onda rossa. Lavoriamo sodo!”. L’entusiasmo di Trump nella corsa più significativa di martedì ha un qualche fondamento nella realtà, anche se le cose, come spesso capita, sono più complicate di come le dipinge il presidente su Twitter.

 

Cox, il candidato repubblicano al posto di governatore della California, ha effettivamente fatto i “big number” di cui parla Trump, e con il 26,2 per cento dei voti si è piazzato al secondo posto, sette punti dietro al trionfante democratico Gavin Newsom. La legge elettorale della California prevede che alle elezioni di novembre si sfidino i primi due classificati alle primarie, a prescindere dal partito di appartenenza, e la tornata ha stabilito che si affronteranno un democratico e un repubblicano, mentre Antonio Villaraigosa, l’ex sindaco di Los Angeles non è riuscito a trasformare la corsa d’autunno in un conflitto intrademocratico. Trump dice una parte di verità anche quando si vanta del suo ruolo cruciale nel piazzamento di Cox: il suo endorsement ha effettivamente galvanizzato e riunito il Partito repubblicano locale dietro a un semisconosciuto avvocato che in politica ha ottenuto sei sconfitte su sei in varie elezioni locali in Illinois, lo stato in cui è cresciuto. Trump ha scritto che la “California merita un grande governatore, uno che capisce i confini, il crimine e che abbasserà le tasse. John Cox è questa persona — sarà il miglior governatore che abbiate mai avuto!”. Cox ha usato il sostegno della Casa Bianca a suo vantaggio, ma nelle ultime settimane ha incassato anche l’appoggio indiretto più improbabile, quello del suo diretto avversario, Newsom. I numeri dicevano che l’ex sindaco di San Francisco, che da almeno quattro anni lavora alla candidatura a Sacramento, avrebbe vinto facilmente le primarie, ma il secondo posto era una variabile fondamentale: se lo avesse agguantato Villaraigosa a novembre ci sarebbe stata una logorante e sanguinosa campagna dall’esito non scontato, mentre con un avversario repubblicano il piacente Newsom veleggerà tranquillamente verso l’elezione. Allo stesso tempo era cruciale per i repubblicani superare lo sbarramento delle primarie, perché essere fuori dalla campagna per il governatore significa deprimere l’elettorato che sarà chiamato a esprimersi anche su candidati alla Camera che possono affermarsi in collegi conservatori o contendibili. Una sconfitta calcolata come questa è vitale nella logica del midterm. Così gli interessi elettorali di Trump e quelli di Newsom si sono trovati a convergere per qualche settimana, una coincidenza paradossale per uno dei padri fondatori del movimento di “resistance” al presidente.

 

Cinquant’anni, figlio dell’avvocato della famiglia Getty e imparentato con Nancy Pelosi, pilastro della politica democratica venuta da San Francisco, Newsom è il volto della sinistra tecnoprogressista che si è guadagnata consensi e credibilità con la battaglia per i matrimoni gay e i diritti della libera identificazione sessuale, la legalizzazione della cannabis e il matrimonio d’amore e di interesse con la Silicon Valley. Newsom promette da novembre di trasformare la California nel più agguerrito avamposto del contrattacco a Trump, e poiché la California sempre precede e sintetizza ciò che succede a livello nazionale, non è un mistero che Newsom consideri il suo lavoro a Sacramento come un trampolino verso la corsa alla Casa Bianca nel 2020.

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