Le frontiere dopo la non riforma di Dublino

Redazione

Solidarietà e quote sono morte, il gran dibattito sulla riforma del trattato di Dublino è morto, la cancelliera tedesca Merkel ha detto che ci vuole ancora un po’ di tempo e che per il vertice di fine giugno a Bruxelles non ci si può accordare, lasciando intravvedere delle speranze che i più considerano morte, pure loro. Matteo Salvini, ministro dell’Interno italiano, dice che questa è “una vittoria per noi”, gli altri paesi dell’Ue “ci sono venuti dietro”, ribadisce, “non è vero che non si può incidere sulle politiche europee”. In realtà lo stop alla riforma delle regole di Dublino, provocato da una serie di veti incrociati, a oggi è un’enorme sconfitta per l’Italia, che rischia così di diventare davvero il “campo profughi” dell’Ue alla prossima crisi migratoria.

  

Mentre ieri al Senato il premier Conte invocava il superamento del trattato di Dublino con “sistemi automatici di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo”, i ministri dell’Interno dell’Ue a Lussemburgo hanno decretato la “morte” dei negoziati sulle nuove regole d’asilo. Non c’è consenso tra i 28, ma nemmeno una maggioranza qualificata per superare Dublino, che rimarrà com’è: tutto il peso dei flussi migratori è sui paesi di primo ingresso, la Grecia e noi. La vittima immediata è il sistema di “quote” chiesto dallo stesso Conte che, secondo la bozza di compromesso sul tavolo dei ministri, sarebbe dovuto scattare in caso di “crisi grave”.

  

Da questo punto di vista, quella di Lussemburgo è una vittoria del premier ungherese, Viktor Orbán, che dal 2015 rifiuta le quote, e di tutti i paesi che si sono opposti sia all’accoglienza sia alla redistribuzione, compresi quelli come la Francia che, pur avendo espresso grande e immutata solidarietà a parole, si sono nascosti dietro ai veti di ungheresi o polacchi lasciando sole Italia e Grecia. La vittoria di Orbán riguarda anche e soprattutto la futura strategia dell’Ue: l’Austria guidata dal governo destra-destra del giovane Kurz, che assumerà la presidenza di turno a luglio, intende proporre una “rivoluzione copernicana” incentrata sulle frontiere esterne per trasformare l’Europa in una fortezza. Questa rivoluzione copernicana può voler dire moltissime cose, ma in una parte dell’Europa – questa orbanizzata – comprende anche la possibilità che all’Italia rimasta sola a gestire la frontiera più porosa della fortezza vengano concesse opzioni finora non accettate: siete soli, cavatevela come meglio credete. Il sottosegretario belga all’Immigrazione, Theo Francken, ieri presente all’incontro in Lussemburgo, ha formulato una di queste opzioni, che saranno valutate a Innsbruck a metà luglio, che fanno parte della nuova prospettiva europea: i respingimenti dei barconi degli immigrati verso le coste di provenienza. Francken è un nazionalista fiammingo e non è detto che la sua posizione sia quella del suo stesso governo, ma certo è che la sua evocazione ha fatto intendere che nell’Europa conquistata dalle forze populiste sia presente anche la tentazione se non di avallare quantomeno di tollerare le misure più dure. Certo questa tentazione è realtà in quella fascia di paesi che ha portato alla morte la riforma di Dublino, che sono poi quelli a cui il nostro governo si ispira maggiormente. Ritorna così il chiacchieratissimo “modello australiano” e anche la sensazione che l’Europa, per salvarsi dalla miccia innescata dall’immigrazione in tutto il continente (è in buona parte il motore di molti movimenti populisti), sia disposta a chiudere un occhio sulle misure che l’Italia, primo paese d’approdo, vorrà adottare.

 

Resta un problema tecnico: i respingimenti sono illegali, lo ha detto la Corte europea dei diritti. A oggi la riforma di Dublino è morta, ma l’alternativa, che potrebbe non risultare così sgradita all’Europa, non è legittima. Salvini potrà accodarsi a Orbán e agli orbanisti in nome delle affinità ideologiche, ma con le regole attuali sull’immigrazione, se la porta italiana della fortezza non reggerà al prossimo flusso, gli altri stati membri potranno sospendere Schengen e spostare la frontiera esterna dell’Ue al Brennero e Ventimiglia, l’Italia resterà sola e isolata.

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