Cosa c’entra la Libia con i guai tra Kim e Trump?

Paola Peduzzi

Milano. “Il regime di Saddam Hussein in Iraq e quello di Muhammar Gheddafi in Libia non riuscirono a sfuggire al destino di distruzione una volta privati dello sviluppo del programma nucleare e dopo aver rinunciato, per loro stessa scelta, a ogni ambizione nucleare”, scriveva l’agenzia di stampa nordcoreana nel 2016. I precedenti, nelle relazioni internazionali (in tutte le relazioni in realtà), sono sempre importanti: guardo come ti sei comportato con gli altri, che fine hanno fatto gli altri, e capisco cosa accadrà a me. Il precedente libico ha giocato un ruolo essenziale anche nella vicenda nordcoreana, il negoziato con l’America, il vertice programmato e infine annullato, ultima giravolta di un processo scandito da balletti né carini né utili. Kim Jong-un ha da sempre il terrore di far la fine di Gheddafi, e più gli americani dicevano: seguite il modello libico (John Bolton lo ha detto per primo, chiaramente, e si sa che opinione ha Pyongyang del baffuto consigliere per la Sicurezza nazionale), più la Corea del nord sentiva aria di fregatura.

 

Ma cos’è il modello libico? All’inizio degli anni Duemila, il regime di Gheddafi decise di assecondare le richieste americane e di dimostrare la propria lealtà – eravamo nel pieno della guerra al terrore, le ambiguità eccessive non erano ammesse – consegnando il proprio materiale nucleare. Fu un momento molto importante nell’agitata geopolitica di allora, la dimostrazione che una via per la denuclearizzazione esisteva, si basava sulla fiducia e sulla collaborazione. A lungo l’esempio libico è stato citato come un percorso da seguire, al netto delle follie con cui il poco mansueto Gheddafi maneggiava la sua resa nucleare. Poi però sappiamo come è andata a finire: quasi un decennio dopo sono scoppiate le primavere arabe, Gheddafi ha iniziato la repressione – vi verrò a prendere vicolo per vicolo, cani terroristi, disse ai suoi cittadini – e la Nato ha organizzato, con una determinazione che non si sarebbe più vista e con una Francia scalpitante a guidare l’offensiva prima retorica poi militare, un’operazione partita dal cielo, passata (parzialmente) a terra e conclusasi con un regime change – il cadavere di Gheddafi, ucciso vicino a Sirte mentre scappava, fu trascinato dai ribelli trionfanti. Morale: il modello libico porta dritto alla morte, o almeno è questa la morale che tutti i dittatori del mondo hanno tratto dalla storia recente della Libia. Quando il vicepresidente americano, Mike Pence, ha detto: “Con Pyongyang finirà come con Tripoli, se Kim Jong-un non fa un accordo” con gli Stati Uniti, la paura è diventata certezza: non può che finire male.

 

Il regime nordcoreano ha iniziato a prendere le distanze: noi non siamo la Libia, se è Gheddafi che avete in mente potete anche scordarvi ogni accordo. Pyongyang rivendica una differenza tecnica con la Libia di inizio secolo: il programma nucleare della Corea del nord è ben più avanzato di quel che aveva Gheddafi, lo status di potenza nucleare non può essere stracciato paragonando il regime di Pyongyang a un rais arabo con la passione per le pistole d’oro, le camicie floreali e le amazzoni. Se gli americani pensano di poterci trattare come Gheddafi, hanno detto i negoziatori norcoreani, “vuol dire che sanno davvero poco di noi”. Il passo verso l’annullamento è stato breve e rapido, al punto che Donald Trump ha sottolineato ancora una volta che Pyongyang non può pretendere di trattare alla pari degli americani: “Voi parlate delle vostre capacità nucleari – ha scritto nella lettera – ma le nostre sono così enormi e potenti che prego Dio che non ci sia mai la necessità di utilizzarle”. I negoziatori americani volevano proporre il modello libico come un esempio virtuoso di collaborazione per la denuclearizzazione, quelli nordcoreani hanno visto nel richiamo una minaccia piuttosto evidente, e per ora il risultato è che la conferma dell’atteso incontro tra Trump e Kim ancora non c’è.

 

Quanto alla Libia, una postilla: l’interpretazione degli ultimi anni di storia libica varia da paese a paese, i russi ancora adesso si pentono di aver condannato la repressione di Gheddafi e di aver dato il via libera all’operazione che ha portato all’uccisione del rais. Ma ancora sulla Libia il verdetto finale è sospeso, e nessuno lo sa bene quanto noi italiani. All’inizio della settimana prossima, il presidente francese, Emmanuel Macron, organizza un grande incontro per discutere del futuro della Libia: fa il bullo, dicono tutti quelli convinti che Parigi abbia una strategia in Libia migliore o più forte di quella italiana. Non è vero, la strategia italiana è solida, ma è un’altra cosa che potrebbe cambiare con il prossimo governo italiano (a proposito: chi va a Parigi martedì?).

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