La piroetta di Trump dal dialogo alla retorica bellica con Pyongyang

Mattia Ferraresi

New York. La Casa Bianca ha cancellato l’incontro con la delegazione della Corea del nord, previsto per il 12 giugno a Singapore, a causa “della tremenda rabbia e l’aperta ostilità dimostrata nella vostra più recente dichiarazione”, ha scritto Donald Trump in una lettera indirizzata – un unicum nella storia delle relazioni con il regime – direttamente a Kim Jong-un, qualificato tuttavia in modo diminutivo come “chairman”. La dichiarazione che Trump indica come il motivo del repentino cambio di programma è quella firmata la settimana scorsa dal viceministro degli Esteri di Pyongyang e che ha attirato l’attenzione soprattutto perché definiva uno “scemo” il vicepresidente americano, Mike Pence. Ieri un funzionario della Casa Bianca, parlando con i giornalisti dopo l’annuncio, ha detto che ci si è focalizzati troppo su quel passaggio, mentre “la Corea del nord ha letteralmente minacciato una guerra nucleare. Nessun summit può andare a buon fine in queste condizioni”. La conclusione del messaggio nordcoreano recitava: “Possiamo far assaggiare agli Stati Uniti una sconcertante tragedia come non ne hanno mai provate o immaginate finora”. Per tutta risposta, Trump ha scritto nella lettera che le capacità nucleari americane sono “talmente massicce e potenti che prego Dio che non debbano essere mai usate”. Dalla Roosevelt Room il presidente ha detto che “il dialogo era stato buono fino a poco fa”, ma poi qualcosa è andato storto. Che cosa, esattamente, non lo ha rivelato (“un giorno ve lo dirò”) ma ha evocato scenari belligeranti, dicendo di avere fatto una riunione con il segretario della Difesa, Jim Mattis, e i vertici dell’esercito.

 

Ha allertato anche la Corea del sud e il Giappone “se dovessero essere commesse azioni folli o sconsiderate”. Nel giro di poche ore si è passati dalle richieste di comminare al negoziatore Trump il Nobel per la Pace alla retorica dell’ostilità, accompagnata da minacce reciproche. Una delle ipotesi è che sia stato l’incontro con il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, nello Studio Ovale a determinare la retromarcia dopo che Trump aveva esibito con disinvoltura grandi promesse di pacificazione e denuclearizzazione. Dopo quel faccia a faccia sono venuti i primi segnali di scetticismo e cautela, Trump ha iniziato a mettere in dubbio l’incontro, e dunque è plausibile che Moon abbia comunicato all’alleato elementi che hanno fatto cambiare i calcoli. Allo stesso tempo, il governo di Seul si è dimostrato sorpreso e preso in contropiede dalla decisione: “Stiamo cercando di spiegarci cosa, esattamente, voglia dire il presidente Trump”, ha detto un portavoce del governo, interpretando un sentimento comune di fronte a una lettera che appare come una chiusura definitiva ai negoziati ma allo stesso tempo lascia, con la solita ambivalenza della comunicazione trumpiana, margini per un ritorno sui proprio passi. La chiusura con la formula standard della missiva formale (“please do not hesitate to call me or write”) ha completato una manovra che al momento rimane criptica anche per molti all’interno della Casa Bianca. Diversi sostenitori di Trump al Congresso e non solo hanno visto tuttavia l’opportunità di cavare dal fallimento della trattativa di pace, che rimane l’obiettivo di lungo periodo, una vittoria politica immediata: il presidente può mostrarsi come il negoziatore duro e irremovibile, quello che non mostra mai di volere l’accordo più del suo interlocutore ma è sempre pronto ad alzarsi dal tavolo delle trattative, salvo poi far sapere di essere sempre disponibile a risedersi se le condizioni dovessero cambiare. Nel frattempo la Corea del nord, dopo aver restituito tre prigionieri agli Stati Uniti, ha completato il tour dei gesti di buona volontà smantellando un sito nucleare, e all’ultimo momento ha dato il permesso anche ai giornalisti sudcoreani di seguire la cerimonia. Intanto, a Washington un team logistico della Casa Bianca era già pronto per partire, oggi, alla volta di Singapore, dove il governo aveva già aperto le procedure di accredito per un summit preventivamente celebrato dalle iconiche medaglie con le effigi dei due leader.

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