Non solo Bombe

Giulia Pompili

Roma. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in è arrivato ieri a Washington, dove incontrerà oggi il presidente americano Donald Trump in vista dello storico summit tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un previsto a Singapore il 12 giugno prossimo. Secondo le indiscrezioni della stampa, Trump e Moon avranno un colloquio da soli, accompagnati esclusivamente dai due interpreti, e il presidente sudcoreano darà a Trump “alcuni consigli” basandosi sul suo precedente incontro con il leader nordcoreano Kim. Non ci sarà alcuna conferenza stampa a seguire, e questo significa che la riunione serve davvero a preparare il terreno per il dialogo che avranno i due nemici di sempre, Trump e Kim.

 

A metà della scorsa settimana sono iniziati a circolare dubbi sulla reale intenzione dei nordcoreani di lavorare per un incontro con il presidente americano, e sulla loro capacità di far saltare il tavolo in ogni momento, da qui a tre settimane. Mercoledì un comunicato stampa attribuito a Kim Kye-gwan, viceministro degli Esteri di Pyongyang , e diffuso dall’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana, la Kcna, ha sottolineato alcuni punti che erano stati per lo più ignorati dalla parte americana: per la Corea del nord, ha detto esplicitamente Kim, non esiste alcun progetto di “denuclearizzazione unilaterale”. Vuol dire che Pyongyang si aspetta che la penisola venga denuclearizzata nella sua interezza. Ma non solo: nelle dichiarazioni ufficiali Kim ha fatto diretto riferimento alle parole del consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, che tempo fa aveva detto che il “modello libico” poteva essere utilizzato anche per la Corea del nord. Un commento che non è passato inosservato a Pyongyang: “E’ oltremodo assurdo osare fare un confronto tra la Corea del nord, che è già una potenza nucleare, e la Libia, che era soltanto a una fase iniziale dello sviluppo nucleare”, ha dichiarato Kim, “già in passato abbiamo evidenziato le qualità di Bolton, e non nascondiamo il nostro sentimento di ripugnanza nei suoi confronti”. Nel cuore della notte, la Corea del nord aveva informato Seul che il tavolo di lavoro che si sarebbe dovuto svolgere il giorno successivo era saltato.

 

C’è un altro terreno altrettanto rischioso, oltre alle dichiarazioni dei collaboratori di Trump. E’ quello dei cosiddetti “defector”, i fuggitivi nordcoreani. Sabato scorso la marina militare sudcoreana ha individuato una piccola barca nei pressi dell’isola di Baengnyeong, una delle isole più vicine al confine marittimo con il Nord ma sotto il controllo di Seul. A bordo dell’imbarcazione c’erano due civili sulla quarantina, che interpellati dai militari hanno detto di voler passare al Sud. Attualmente la Corea del sud dà rifugio a quasi trentamila nordcoreani. Da qualche settimana circola la notizia di un ufficiale di altissimo rango, responsabile dello spionaggio nordcoreano in Cina e Russia, che sarebbe sparito dalla provincia del Liaoning a fine febbraio. Secondo quanto riportato dal Tokyo Shimbun, che ha citato fonti di Pechino, l’uomo sarebbe ora nelle mani dell’intelligence sudcoreana, e il governo sta aspettando la fine del protocollo di interrogatori prima di ufficializzare la sua defezione. Il problema dei “defector” è l’elefante nella stanza delle trattative tra Seul e Pyongyang. La storia più complicata resta quella che ha avuto inizio nell’aprile del 2016, quando tredici dipendenti di un ristorante nordcoreano in Cina erano improvvisamente spariti ed erano poco dopo ricomparsi in Corea del sud come rifugiati. Qualche settimana fa l’emittente sudcoreana Jtbc ha mandato in onda un servizio con una lunga intervista a Heo Kang-il, il manager del ristorante di Ningbo, in Cina. Heo ha raccontato di essere stato lui ad avvicinare i servizi segreti sudcoreani nel 2014, quando voleva chiudere i suoi rapporti con il Nord. L’intelligence di Seul, invece di dargli un nuovo passaporto e protezione, lo ha reclutato, e dopo un anno e mezzo gli è stato permesso di disertare, a una condizione: che avesse portato con sé le anche le dodici cameriere del ristorante. Un giorno Heo è salito su un aereo per la Malaysia senza dire nulla a quelle donne, che alla Jtbc in forma anonima hanno spiegato di essere state ingannate e di voler tornare dalle rispettive famiglie in Corea del nord.

 

La questione dei fuggitivi/rapiti

Pyongyang sostiene da sempre che quello del 2016 fosse un rapimento orchestrato dall’allora Amministrazione di Park Geun-hye – che in quei giorni stava affrontando la difficile prova delle elezioni locali. Adesso anche la Croce Rossa nordcoreana chiede che le dodici persone che sono state riconosciute come cittadine sudcoreane contro la loro volontà vengano rimpatriate. Ma non solo sarebbe un danno d’immagine di Seul, perché dovrebbe ammettere il rapimento, c’è anche una questione pratica: attualmente è contro la legge per un (ormai) cittadino sudcoreano tornare al Nord. Sono questioni delicate e complesse, che però potrebbero causare, come già successo in passato, uno stallo nelle trattative. Il presidente Moon Jae-in lo sa, e oggi dovrà spiegarlo a Donald Trump.

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