I manuali per formare gli imam in Belgio ispirati alla dottrina qaidista

Matteo Matzuzzi

Roma. Non è dato sapere se gli uffici dell’organismo belga di coordinamento per l’analisi delle minacce siano rimasti stupiti nello scorrere le pagine dei manuali che il Centro islamico e culturale del Belgio – da cui dipende anche la Grande moschea di Bruxelles nel Parco del Cinquantenario, a due passi dal Parlamento europeo – consiglia ai futuri imam. Una formazione chiara, verrebbe da dire leggendo quanto ha scritto in anteprima la Libre, rivelando il rapporto che l’organismo ha stilato dopo attente valutazioni e indagini.

 

I volumi, disponibili in ampia tiratura nella capitale, vanno in una direzione opposta rispetto ai propositi annunciati di integrazione, pace e fratellanza che le autorità spirituali islamiche locali assicurano ogniqualvolta si accendono i riflettori sulle mille e più Molenbeek del Belgio, ghetti dove a prevalere il più delle volte è la sharia anziché la legge dello stato. Se per la tv belga il rapporto – predisposto per i membri della commissione parlamentare che indaga sugli attentati del marzo 2016 nella capitale – conferma che la Grande moschea propone una visione “estremamente conservatrice dell’islam”, gli osservatori che hanno passato in rassegna i manuali aggiungono qualcosa in più, visto che uno dei sussidi per l’apprendimento è un classico della formazione qaidista. Istruzioni finalizzate a “instaurare le leggi dell’islam” attraverso “la lotta armata”. Anche per questo, si legge nel dossier, “il contenuto non è adatto al quadro sociale belga o europeo. Si basa su idee salafite che incoraggiano il rifiuto di qualsiasi altra idea, i diritti e le libertà fondamentali”. Ancora, “i testi sono caratterizzati da ideologizzazione della religione, visione del nemico, teorie del complotto, polarizzazione, diffamazione e xenofobia verso gli ebrei e i musulmani dissidenti”. Gli esempi di tale “visione” non mancano: dall’odio verso gli ebrei, definiti “corrotti, avidi, perfidi e avari” all’illustrazione dettagliata delle modalità per eliminare gli omosessuali: lapidazione, impalamento o giù da un alto palazzo in pieno stile-Raqqa.

 

Già lo scorso ottobre, l’organismo di monitoraggio aveva avvertito sui gravi rischi di radicalizzazione interna, con gli estremisti ormai prossimi ad avere la meglio sulla componente moderata. Anche per questo, pochi mesi fa, il governo belga aveva deciso – sempre su raccomandazione della commissione parlamentare – di chiudere il contratto di locazione che faceva dipendere la Grande moschea dalla famiglia reale saudita. “Dopo gli attentati del marzo 2016 qui in Belgio è stata costituita una commissione parlamentare, che ha concluso i propri lavori a settembre”, diceva in un’intervista concessa alla rivista Oasis Felice Dassetto, professore emerito di Sociologia delle religioni all’Università cattolica di Lovanio. “Nel suo rapporto – proseguiva l’accademico – la commissione stigmatizza il centro islamico di Bruxelles, la Grande moschea, come promotore indiretto del jihadismo; la commissione ha anche constatato come nove jihadisti schedati abbiano seguito un corso alla moschea”. Il problema è di vecchia data, spiegava Dassetto: “Vent’anni fa nessuno aveva ancora capito il ruolo di geopolitica religiosa del salafismo wahhabita. Quando il Belgio ha consegnato l’edificio all’Arabia Saudita pesavano non solo la prospettiva di accordi commerciali, ma anche la presa di coscienza del governo della necessità di integrare la prima presenza musulmana, totalmente nuova, sbarcata alla fine degli anni Cinquanta. Gli insegnamenti del centro islamico in questione, però, sono andati proprio contro questa volontà belga di integrazione”.

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