La paranoia di Trump e la fame dei cronisti ha creato un mostro: il metaleak

Mattia Ferraresi

New York. Per volontà o per accidente, Donald Trump ha contribuito alla nascita di nuovi e inattesi generi giornalistici. Il più battuto di questa stagione è il “metaleak”, ovvero la raccolta di dicerie a proposito delle dicerie che costantemente filtrano da ogni stanza della Casa Bianca e da ogni quartiere dell’Amministrazione. In un contesto del genere, riportare la voce spifferata ha smesso di essere un’attività particolarmente elettrizzante, e dunque i compilatori di scenari politici si rivolgono ad altri leaker per avere informazioni e contesto sul modo in cui i leak vengono eseguiti, come se il passaggio di informazioni riservate alla stampa fosse diventata un’attività sistematica, codificata, con usanze e rituali che devono essere compresi e spiegati al pubblico. Chi esalta l’assenza, nel giornalismo americano, del genere tipicamente italico del retroscena ora può affliggersi con il “metaretroscena”, in cui alcune fonti raccontano il clima di sputtanamento permanente.

 

Quelli di Axios, che nella rumorologia sono un mezzo passo avanti a tutti, hanno fatto inchieste approfondite sul “metaleak”. Ne hanno ricavato, ad esempio, che gli incontri della Casa Bianca convocati per lamentare i leak “iniziano ammettendo che il fatto di lamentare i leak verrà spifferato, cosa che viene immediatamente passato a qualcuno in una stanza più piccola”. Ci sono leaker che parlano con i giornalisti per servire vendette di natura squisitamente personale, altri che, dopo una sconfitta politica interna, sperano che la pubblicazione possa correggere il corso di un provvedimento; qualcuno butta fuori a ripetizione informazioni per il semplice fatto che alla Casa Bianca si vive sempre con le pistole puntate gli uni verso gli altri, e quindi tanto vale sparare per primi. Una fonte ha detto a Jonathan Swan che presta attenzione ai modi di dire e alle espressioni particolari dei suoi colleghi e poi si cura di ripeterle quando parla con i giornalisti, per nascondere le sue tracce. Un altro ha teorizzato: “La fuga di notizie è una guerra: ha una dimensione strategica e una tattica. Quella strategica consiste nel guidare la narrazione, quella tattica nel segnare punti”. Segnare punti, nel mondo di Trump, può significare anche bullarsi con gli amici dell’accesso al presidente, come è successo ad un giovane consigliere che è stato sorpreso a registrare un incontro per fare colpo sugli amichetti. Dopo l’episodio c’è stata una stretta disciplinare da parte dell’Amministrazione, e la stessa stretta è stata immediatamente oggetti di spifferi e ricostruzioni ispirate da fonti interne.

 

Questo bel clima sereno non sembra spaventare i cultori del “metaretroscena” nelle redazioni americane. I cronisti del mondo di Trump non sono preoccupati di diventare strumenti di amplificazione di guerre per bande che si consumano nei modi più spettacolari.

 

Il New York Times ha fatto una ricognizione dell’atteggiamento paranoico e ambivalente di Trump, che non si fida di nessuno e promette guerra senza quartiere ai leaker e allo stesso tempo parla senza filtro di materie sensibili con vecchi confidenti che un minuto dopo hanno già detto tutto ai giornali. Trump, dice il Times, questa volta è imbufalito per davvero: ha ridotto il numero dei partecipanti al briefing quotidiano della comunicazione e ha dato ordine al dipartimento di Giustizia di indagare a tappeto su chi passa informazioni. Jeff Sessions ha aperto finora il triplo delle inchieste di quelle ordinate da Obama in tutti e due i mandati, e quell’amministrazione era stata particolarmente zelante nello stanare le talpe. La battuta greve della giovane consigliera Kelly Sadler su John McCain (“tanto sta morendo comunque”) ha fatto ribollire il sangue al presidente, e il fatto che questo racconto sia stato diffuso è stato giudicato “disgustoso” dalla portavoce di Trump. Anche più disgustoso, evidentemente, della battuta stessa, visto che Sadler è ancora al suo posto. Tutto questo, naturalmente, è stato raccontato da fonti anonime che placano l’inesauribile voglia giornalistica di metaleak.

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