Gli infiltrati del “deep state”

Redazione

La spia dell’Fbi nella campagna elettorale per innescare la caccia alle streghe è l’ultima ossessione di Donald Trump, costantemente impegnato nella ricerca di un nuovo pezzo del “deep state” che gli fa la guerra. Cavalcando alcune ricostruzioni giornalistiche, il presidente ha twittato compulsivamente di una manovra del dipartimento di Giustizia di Obama per “incastrarlo per crimini che non ha commesso” e ha parlato di infiltrazioni di informatori dei federali per scopi politici “all’inizio della campagna, molto prima che la fasulla bufala sulla Russia diventasse una notizia ‘calda’ per le fake news. Se è vero, è il più grande scandalo politico di tutti i tempi”. Rudy Giuliani, che per la prima volta in carriera recita la parte del poliziotto buono, minimizza, e in televisione spiega che non si sa poi con certezza se davvero una talpa si aggirava per la Trump Tower.

 

Da quel colabrodo di dicerie e maldicenze che è la Casa Bianca arriva la voce che Trump sia intenzionato a identificare pubblicamente la presunta fonte, che poi sarebbe il fulcro della successiva inchiesta dello special counsel, Robert Mueller, ma la cosa lo ha messo in rotta di collisione con il dipartimento di Giustizia. Da quelle parti sanno che la pubblicazione dell’identità di un infiltrato è un suicidio politico: Scooter Libby, il capo di gabinetto di Dick Cheney, è stato incriminato e scaricato malamente da George W. Bush, nonostante le richieste del suo vice, per aver rivelato il nome di un’agente della Cia. A concedergli la grazia presidenziale è stato, appunto, Trump.

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