Il piccolo techlash di Amazon

Eugenio Cau

Roma. Considerate la strana situazione di Amazon negli Stati Uniti. Da un lato, da mesi decine di città in tutto il paese sono in competizione tra loro per ospitare il secondo quartier generale della società di ecommerce. Le amministrazioni cittadine fanno capriole e numeri da circo per attirare Amazon, che porterebbe con sé 50 mila posti di lavoro ben pagati e investimenti ingenti: chi ha assoldato testimonial famosi, chi ha promesso detrazioni fiscali da capogiro, chi ha costruito infrastrutture dei trasporti nuove di zecca, chi ha preparato video promozionali scintillanti. Lo sforzo è stato tanto, ha scritto ieri il Wall Street journal, che molte città si sono preparate a riciclare il pitch ad altre aziende qualora Amazon le scartasse. Basta togliere il logo con la A e le presentazioni powerpoint sono già pronte per attrarre altre multinazionali. Amazon, davanti a tanto impegno, ha organizzato una specie di reality show: dapprima ha scelto le venti città finaliste, ora tiene tutti sulle spine con la scelta della vincitrice.

   

Ma mentre Amazon riceve tanto amore da chi vuole ospitare il suo secondo quartier generale, la città che ospita il primo, Seattle, fa la guerra al gigante digitale. La storia è sempre la stessa: quando un esercito di ingegneri con stipendio a sei cifre invade una città pretendendo abitazioni e servizi al livello delle proprie possibilità economiche, in quella città gli affitti schizzano in alto, i bar iniziano tutti a servire avocado toast da 20 dollari l’uno e le strade si congestionano di Tesla. Le proteste dei residenti delle Silicon Valley sono celebri, e anche a Seattle le cose non vanno meglio. Amazon porta prestigio e posti di lavoro, decine di città vorrebbero attrarre a sé l’azienda, ma nel suo luogo natale l’amministrazione comunale fa la guerra alla creatura di Jeff Bezos.

  

Lunedì, dopo mesi di trattative e litigi, il consiglio comunale ha approvato una nuova tassa piuttosto creativa: tutte le aziende di Seattle che hanno un fatturato superiore ai 20 milioni di dollari (la misura, come si vede, è praticamente pensata ad hoc per Amazon e Starbucks, anche se le grandi compagnie che hanno una qualche presenza in città sono circa 500) dovranno versare 275 dollari all’anno per ciascun impiegato assunto. Quando fu annunciata, qualche mese fa, la tassa prevedeva che la cifra da pagare per impiegato fosse 500 dollari, e soltanto dopo settimane di contrattazioni – e dopo che Amazon ha bloccato due grossi progetti di espansione in città in segno di protesta – è stata ridotta. Durante la seduta del consiglio, decine di persone brandivano cartelli con scritto: “Tax Amazon”, e il comune ha annunciato che i milioni di dollari di entrate saranno usati per progetti di edilizia popolare, per dare sollievo ai cittadini senzatetto oberati dagli affitti troppo alti.

   

Come è evidente, la nuova tassa è probabilmente iniqua, certamente controproducente. Se gli amministratori comunali avessero voluto rendere più sostenibile la presenza di Amazon in città avrebbero tassato i profitti dell’azienda. Tassare un’azienda in base al numero dei dipendenti significa tassare i posti di lavoro, e scoraggiare qualunque altra multinazionale voglia assumere a Seattle. La tassa anti Amazon sembra più che altro una reazione rabbiosa dettata dall’esasperazione, e così l’ha interpretata anche l’azienda, che in un comunicato ufficiale ha parlato di “retorica e approccio ostili” che “ci fanno mettere in dubbio la nostra crescita qui”. Il problema è che anche gli amministratori di altre città (perfino quelle in lizza per ospitare il nuovo quartier generale) si sono detti favorevoli alla tassa sui dipendenti, e che il voto di Seattle, raggiunto all’unanimità, mostra quanto l’approccio rabbioso sia preferito a quello ragionevole. Il problema non è soltanto di Amazon. Oltre alla Silicon Valley, anche a Berlino da circa un anno va avanti una protesta feroce contro un campus di Google che dovrebbe aprire nel quartiere di Kreuzberg. Ma soltanto la società di Bezos vive il paradosso di essere l’azienda più desiderata d’America e al tempo stesso la più odiata nella sua città natale. 

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