Trump è lontano dal soverchiare la Cina

Redazione

Finora è stata l’America a muoversi per andare a parlare con il leader nordcoreano, mai il contrario. Kim Jong-un ha invece incontrato due volte il presidente cinese Xi Jinping in Cina. E solo in seguito a quei meeting il direttore della Cia, Mike Pompeo, ha visitato Pyongyang. Il balletto della pace coreana è dunque guidato dalla Cina e, dopo avere aperto le danze, gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano all’inseguimento. A questo punto è forse il caso di riconsiderare a quale indirizzo spedire il Nobel per la pace. Non solo. L’atteggiamento di Trump in Corea, riassumibile nel motto latino “se vuoi la pace prepara la guerra”, potrebbe rivelarsi controproducente nei rapporti con la Cina. Martin Wolf sul Financial Times di ieri avanzava l’idea che l’occidente dovrebbe vedere la Cina non come un nemico assoluto ma come un temibile concorrente in campo economico e un eventuale alleato per ottenere la pace in teatri d’interesse. Wolf dà ragione alla visione diffusa nelle èlite cinesi per cui le conseguenze dello sviluppo occidentale (crisi finanziaria, populismi, interventismo militare) convincono del fatto che l’occidente fatichi a difendere i suoi valori. L’imposizione di dazi di Trump, secondo Niall Ferguson, serve a costringere la Cina a cambiare. Wolf constata però che Pechino potrà resistere agli attacchi commerciali americani stringendo il controllo statale sull’economia e limitando gli affari con gli stranieri. Visto che a Washington prevale una visione di breve periodo, il miliardario Michael Bloomberg creerà un forum alternativo a quello di Davos per analizzare un mondo in cui la Cina sfida la supremazia americana. Fare i conti con un futuro in cui il baricentro di grandi scelte strategiche è spostato a oriente è purtroppo una necessità occidentale.

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