Madri, padri, figli. L’Indonesia sotto attacco del jihad familiare

Giulia Pompili

Roma. Questa mattina, poco prima delle nove, due motorini che trasportavano cinque membri della stessa famiglia si sono avvicinati ai checkpoint e poi si sono fatti saltare in aria davanti alla sede centrale della polizia di Surabaya, la seconda città più popolosa dell’Indonesia, sull’isola di Giava. Padre, madre e due fratelli sono morti, mentre la figlia di otto anni è sopravvissuta e si trova in ospedale. L’attacco ha provocato anche dieci feriti. Surabaya era sotto stretta osservazione per via dell’attentato di ventiquattro ore prima: sabato, infatti, sempre al mattino, tre diverse chiese sono state l’obiettivo di un’altra famiglia di terroristi islamici. Un attacco coordinato e quasi simultaneo: alle sette e trenta del mattino i due figli maschi di sedici e diciotto anni, a bordo di due motorini, si sono fatti esplodere davanti alla chiesa cattolica di Santa Maria. Poco dopo il padre ha guidato un’auto piena di esplosivo davanti alla chiesa protestante più grande di Surabaya. Quasi contemporaneamente, la madre insieme con le due figlie di nove e dodici anni si sono fatte saltare in aria davanti a una chiesa presbiteriana – presumibilmente con delle bombe rudimentali legate intorno alla vita, ha spiegato la polizia indonesiana. Oltre ai terroristi, le esplosioni hanno ucciso quattordici persone. Poco dopo sui canali ufficiali online dello Stato islamico è arrivata la rivendicazione degli attacchi di Surabaya, confermata dall’uso del perossido di acetone come esplosivo già visto per esempio nell’attentato di Manchester. Intorno alle nove di sera, un’altra bomba è esplosa in un appartamento popolare di Sidoarjo, a pochi chilometri da Surabaya. La polizia intervenuta sul posto ha trovato tre membri della famiglia uccisi, padre madre e un bambino, per l’esplosione forse accidentale di una bomba rudimentale. Altri due bambini dello stesso nucleo familiare sono sopravvissuti e si trovano in ospedale. Secondo il capo della polizia indonesiana, Tito Karnavian, anche la famiglia morta in casa accidentalmente stava preparando attacchi a Surabaya, e nelle ore successive la polizia ha arrestato sei persone della stessa rete. Le tre famiglie si conoscevano tra loro e avevano legami con lo stesso gruppo terrorista. Si tratta di Jamaah Ansharud Daulah (Jad), gruppo che ha giurato fedeltà allo Stato islamico di Abu Bakr al Baghdadi e fondato dall’indonesiano Aman Abdurrahman, anche conosciuto come Oman Rochman. Aman è in carcere dal 2010 eppure, secondo la polizia, ha continuato anche dietro le sbarre a essere l’ideologo del gruppo terrorista, ordinando direttamente l’ultimo attacco avvenuto su suolo indonesiano, quello del gennaio 2016 a Giacarta che fece quattro morti. E’ sotto stretta osservazione dalle autorità indonesiane sin dal 2000, quando fu allontanato dalle accademie, dopo la laurea all’università islamica, per la sua interpretazione radicale dell’islam.

  

L’influenza del gruppo Jad in Indonesia è tornata chiara alla polizia martedì scorso, quando un gruppo di militanti dello Stato islamico ha tenuto sotto assedio il carcere di massima sicurezza per terroristi di Depok, nella Giava occidentale, per quasi quaranta ore. Con una tattica militare un gruppo di detenuti è riuscito a prendere in ostaggio alcuni membri della polizia d’élite antiterrorismo indonesiana, il Densus 88, uccidendo poi cinque di loro e impossessandosi delle armi. Durante lo standoff, sui canali online dello Stato islamico circolavano le fotografie dei militanti. Secondo quanto riportato dalla stampa indonesiana, il gruppo terrorista avrebbe richiesto di parlare direttamente con Aman Abdurrahman, detenuto proprio a Depok.

  

I tre attacchi del fine settimana sono stati condotti da intere famiglie, inclusi bambini. L’attacco a una delle chiese in particolare è stato perpetrato da una donna e dalle sue due figlie, il che dimostra – ha detto al Time Sidney Jones, direttrice dell’Institute for Policy and Analysis of Conflict di Giacarta, l’intenzione di essere coinvolte sempre di più in un ruolo attivo nel jihad.

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