Ora la caccia ad al Baghdadi è una gara tra grandi rivali

Daniele Raineri

Roma. Nella caccia al capo dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi ci sono novità interessanti. Il 19 aprile e il 6 maggio l’Iraq ha compiuto per la prima volta due raid aerei oltreconfine in Siria per colpire due centri di comando del gruppo terrorista. Si tratta di una novità, perché prima l’Iraq non era in grado di lanciare operazioni di precisione (più o meno) di questo tipo. Domenica si è capito chi stavano cercando grazie alle dichiarazioni di ufficiali dell’antiterrorismo iracheno, che a FoxNews hanno spiegato che Abu Bakr al Baghdadi secondo loro potrebbe nascondersi in due zone della valle dell’Eufrate, il lungo corridoio in mezzo al deserto siriano e vicino al confine con l’Iraq che i guerriglieri dello Stato islamico usano per muoversi, Hajin e Dashisha, che – guarda caso – sono proprio i due posti colpiti dai due raid aerei fatti nel giro di tre settimane.

  

Ma il fatto che salta all’occhio è che gli ufficiali parlano di operazioni fatte in cooperazione con Siria, Russia e Iran, che hanno in funzione un centro di comando a Baghdad. La Coalizione americana invece continua a dire che i raid iracheni sono fatti “con l’aiuto dell’intelligence americana”. Insomma, i due fronti della guerra in Siria, americani da una parte e russo-iraniani-siriani dall’altra si intestano gli stessi raid aerei dell’Iraq per dare la caccia al capo dello Stato islamico. E’ come se ci fosse una gara a chi colpirà per primo il bersaglio più importante della guerra allo Stato islamico e gli americani non hanno più il monopolio totale che avevano mantenuto fino a oggi (dopo aver ucciso i leader più importanti in tre anni di operazioni). Sarà un giorno significativo ma tanto, come commentano quelli dello Stato islamico, dopo Baghdadi ci sarà un altro capo. 

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