L’annuncio di Trump sull’Iran avrà effetto anche con Kim Jong-un?

Giulia Pompili

Roma. Mentre annunciava l’uscita dell’America dal deal sul nucleare iraniano, due giorni fa, il presidente americano Donald Trump ha reso noto che il segretario di stato, Mike Pompeo, era in volo verso Pyongyang. Il secondo viaggio della quarta carica dello stato nella capitale nordcoreana è durato poche ore: Pompeo è andato a trattare i termini del summit tra Trump e il leader Kim Jong-un, la cui data e luogo saranno resi noti dopodomani, e ad assicurare il rilascio dei tre cittadini americani ancora detenuti in Corea del nord, liberati ieri. “Trump ha esplicitamente fatto riferimento alla Corea del nord mentre annunciava al mondo la sua decisione sull’Iran. Questo segnala chiaramente che nella sua mente i due casi sono connessi”, spiega al Foglio Maria Rosaria Coduti, PhD alla Scuola di studi orientali dell’Università di Sheffield e analista specializzata in questioni nordcoreane. “Forse la sua intenzione era di mandare un messaggio a Kim Jong-un in vista del summit: gli Stati Uniti mantengono le promesse, come quella di ritirarsi dal deal, e l’americano non si accontenterà di un accordo imperfetto con Pyongyang. Tuttavia, ciò dimostra che gli americani ancora non sono in grado di comprendere il caso nordcoreano, né le intenzioni della charme offensive di Kim né tantomeno la questione del nucleare”. Più dell’errore linguistico commesso da Pompeo – che in una dichiarazione ufficiale si è riferito al leader nordcoreano come al “chairman Un”, dimenticando la prima parte del nome proprio Jong-un, e confondendolo forse con il cognome – per Coduti l’errore è quello di dare modelli alla questione nordcoreana: “Non c’è nessun modello per la Corea del nord. Bisogna studiare decenni di storia per capire il suo passato e i suoi rapporti con l’America. Una soluzione che si applica all’Iran, per esempio, non si può applicare alla Corea: sono aree diverse, hanno interessi diversi, le motivazioni per cui l’Iran vuole ottenere il nucleare sono diverse”. Il problema che sembra sfuggire alla comunità internazionale (“cioè gli Stati Uniti”) è che “Corea del nord, Siria e Iran, a parte essere tutti etichettati come stati canaglia, e a parte la retorica antiamericana, non hanno niente in comune. Non possiamo parlare di relazioni vere e proprie tra i tre paesi, Kim non è mai andato a Damasco o Teheran. La loro relazione si basa sul commercio e sul business: alla Corea serve vendere tecnologie nucleari e missilistiche per avere valuta straniera, all’Iran serve la tecnologia nordcoreana”.

  

Oltretutto, spiega Coduti, in Iran esistono vari centri di potere, in Corea del nord, invece, nessuno può mettere in discussione il leader – la dinastia dei Kim ha costruito un sistema di potere al centro del quale c’è solo ed esclusivamente il leader: “Quando tempo fa si faceva l’esempio delle primavere arabe applicabili alla Corea del nord: ecco, questo non potrà mai avvenire, perché manca una società civile, una diversificazione del potere”. E nemmeno il caso della Libia, a fine aprile citato dal consigliere per la Sicurezza nazionale John R. Bolton come modello per la Corea del nord, ha senso riferito al regime dei Kim. La Corea del nord ha un programma nucleare avviato negli anni Cinquanta dal nonno di Kim Jong-un, Kim Il-sung: “Negli ultimi anni ogni volta che si è verificato un test nucleare la comunità sembrava sorpresa, ma in realtà il processo nordcoreano è stato lineare, e alla fine ha raggiunto l’obiettivo. Il nucleare è fondamentale per la sopravvivenza del regime dei Kim: serve per la legittimazione interna, serve al regime per combattere le minacce alla sua sicurezza, e a legittimarsi a livello internazionale. E’ per questo che l’Iran ha potuto rinunciare al nucleare, ma la Corea del nord non è intenzionata a farlo”.

 

Eppure Trump ha detto che se le cose, durante il suo summit con Kim, dovessero mettersi male, è pronto a lasciare il tavolo delle trattative: “Ma a Kim le promesse non bastano, perché non stiamo parlando di due attori che si fidano l’uno dell’altro. Tanto meno Kim Jong-un si fa intimidire dai toni di Trump. Kim ha esplicitamente reso noto che per lui denuclearizzare significa avviare un processo composto da varie fasi in cui le parti ‘danno e ricevono’ simultaneamente”. Ed è nel “simultaneamente” la chiave per capire che in questo momento l’America, che chiede una denuclearizzazione completa, verificabile e immediata, è l’anello debole nella strategia degli altri attori in campo – e il summit a Tokyo di ieri, con il primo ministro Giapponese Shinzo Abe, il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il premier cinese Li Keqiang lo dimostra: i tre leader, infatti, sono d’accordo sul punto di una progressiva apertura e dialogo in cambio della sospensione dei test e delle provocazioni.

 

“Trump non ha nessun merito”, spiega Coduti, “il merito è delle due Coree: non sono state le tensioni degli ultimi mesi. Se Kim ha aperto a questo periodo distensivo non è per la pressione di Trump e delle sanzioni, e di certo non è una decisione che è stata presa a febbraio. Da quando è diventato leader nel 2011, il piano di Kim Jong-un è quello di uno sviluppo simultaneo nucleare ed economico”, e ora che ha concluso il processo di nuclearizzazione può finalmente dedicarsi esclusivamente all’economia: ma non è possibile senza la cooperazione del sud: “Kim è stato abile come lo è stato anche il presidente Moon – da questo punto di vista la sua elezione un anno fa è stata determinante. Kim a oggi può dire di avere in programma un summit con il presidente americano, e ce l’ha senza aver messo davvero in discussione il nucleare”.

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