Trump, l’Iran e l’accordo “marcio”

L’ex premier israeliano Ehud Barak ha sentimenti contrastanti sul ritiro americano dall’accordo “marcio” sul nucleare iraniano: “E’ come se tua suocera buttasse la Bmw nuova giù dal burrone”. L’incertezza di quel che avverrà, se la decisione di Donald Trump implica uno scontro diretto oppure no, potrebbe rendere gli iraniani più cauti, non più aggressivi, e in questo senso il ritiro “è una buona cosa”, ma “i vantaggi di breve periodo potrebbero essere poi riequilibrati dalle conseguenze di lungo periodo”, dice quel Barak che, nel 2012, si ritrovò dalla parte di chi proponeva uno strike preventivo israeliano contro le installazioni nucleari iraniane.

 

Tecnicamente l’accordo internazionale è ancora in vigore: gli altri firmatari – gli iraniani per primi – hanno intenzione di tenerlo in piedi. Tecnicamente l’Iran non ha nemmeno violato l’accordo, lo ha fatto semmai l’America ritirandosi unilateralmente: gli ispettori dell’Agenzia atomica sono entrati con regolarità nel paese – undici volte – per controllare i siti nucleari e soltanto in due casi hanno trovato delle anomalie, che sono state subito corrette dagli iraniani. Ma la tecnica, nel mondo trumpiano, non conta molto, e in questo caso anche per l’efficacia stessa dell’accordo conta fino a un certo punto. Gli ispettori non possono entrare nei siti militari, cosa comprensibile, quale nazione al mondo farebbe entrare stranieri nei propri centri per la sicurezza nazionale?, ma se sei un paese che ha sempre dichiarato di non voler sviluppare armi atomiche, il nucleare è soltanto civile, e ci sono due scaffali di materiale, faldoni e cd, che mostrano il contrario, l’inaccessibilità diventa un po’ più sospetta. La minaccia nucleare è quel che preoccupa e ossessiona il premier israeliano Netanyahu – i giornali israeliani hanno ripubblicato un testo del 1993 di Netanyahu in cui già diceva che la minaccia reale, concreta, duratura era la Repubblica islamica d’Iran – e Trump ha ribadito che non vuole che il suo paese e i suoi alleati siano tenuti in ostaggio da questa minaccia. Ma se molti, anche dentro Israele, compreso il capo di stato maggiore, dicono che per ora il contenimento del programma nucleare funziona, quel che non va dell’accordo internazionale riguarda soprattutto gli obiettivi: la trattativa e il dialogo volevano portare non soltanto alla sospensione del programma nucleare (che non è stato terminato, è stato semmai ritardato), ma anche a un coinvolgimento della Repubblica islamica nella soluzione dei conflitti mediorientali e a un’apertura economica e sociale del paese. Non è accaduto nulla di quanto sperato, semmai anzi è accaduto il contrario: l’Iran ha allargato la sua area di influenza, combattendo contro i sauditi (che hanno naturalmente festeggiato il ritiro di Trump dall’accordo), sostenendo il regime di Damasco e minacciando gli americani nell’Iraq liberato dallo Stato islamico. L’alleanza con la Russia, in particolare in Siria, ha aiutato l’Iran nella missione di salvare l’alleato Assad, ma questa guerra di espansione – si chiama esportare la Rivoluzione islamica – ha avuto e ha un costo elevato. Anche per questo, il progetto di redistribuzione che il regime aveva promesso al proprio popolo dopo l’accordo non ha funzionato: le risorse sono state drenate dalla guerra. E poi resta la natura del regime che di fronte alla propria sopravvivenza e a quella del suo popolo sceglie invariabilmente la prima. Se a questo si aggiungono i test sui missili balisitici e lo sviluppo di armi convenzionali che domani potranno trasportare testate nucleari, si capisce che il coro di chi sostiene che “Trump destabilizza la regione” non ha poi così senso. Forse Trump avrebbe potuto tentare la via del potenziamento dell’accordo offerta dalla Francia, ma nella sua logica aveva già aspettato fin troppo, e questo accordo non poteva continuare in questi termini, anche se l’Europa oggi sente il proprio “orgoglio”, per usare il termine dell’Alto rappresentante Mogherini, ferito.

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