Perché gli iraniani non sono stati meglio grazie al deal

Paola Peduzzi

Roma. Per un dollaro ci vogliono 65 mila rial, ma pur avendoli a disposizione non è detto che si riesca a mettere nel portafoglio l’agognata valuta americana: in Iran non ci sono più dollari. Già ad aprile, la Banca centrale aveva messo un tetto massimo al possesso personale di dollari, per evitare che il rial crollasse, mentre le richieste degli iraniani aumentavano di pari passo con le dichiarazioni trumpiane sul “deal peggiore di sempre”, quello sul nucleare. A fine aprile “bastavano” 57.500 rial per un dollaro, alla fine del 2017 42.890, ma ora l’incertezza è alle stelle, e non si passa più per il mercato, ci si arrangia al telefono con i conoscenti, mentre alcuni solerti esponenti religiosi dichiarano: dovremmo condannare a morte qualcuno di questi che mettono in circolazione dollari con troppa leggerezza, così diamo un esempio a tutti. La crisi valutaria è il sintomo più visibile della promessa non mantenuta: l’accordo sul nucleare siglato nel 2015 non citava in modo esplicito null’altro che il principio di base – Teheran ferma il programma atomico e gli altri firmatari tolgono le sanzioni – ma le aspettative erano altissime, alimentate dalla stessa leadership iraniana cosiddetta moderata, che aveva delineato un programma economico ambizioso, basato su una crescita robusta (8 per cento l’anno) e una altrettanto robusta redistribuzione dei proventi da petrolio. Al di là del calcolo dei chilogrammi di uranio consentito, Teheran prometteva, e i sostenitori del deal con loro: iraniani, finalmente potrete stare meglio. Per questo il deal fu festeggiato in piazza, caroselli liberatori, un popolo che si riaffacciava sul mondo, e questa ispirazione democratico-umanitaria ha fatto in parte digerire l’accordo anche a chi non si è mai fidato del regime. Ma gli iraniani non stanno meglio. E anche se questa non è la ragione principale per cui l’accordo è in bilico – i realisti si preoccupano poco dei popoli – il partito del regime change continua a essere vivo: il collasso del sistema su cui si regge il regime è la premessa per un cambiamento. 

 

I regime change non sono mai stati popolari, figurarsi se possono esserlo adesso con un’America trumpiana al minimo della credibilità, dell’istinto interventista e della collaborazione internazionale. C’è anche il precedente siriano, quel rais che ha fatto 500 mila vittime e più ed è ancora lì: se non siamo riusciti nemmeno a pensare a come cambiare un regime come quello di Damasco, chissà con l’Iran in che guaio riusciremmo a infilarci. Ma l’insofferenza degli iraniani cresce ed è tanto più dirompente quanto è stata convinta la speranza che l’accordo del 2015 fosse davvero il “game changer”, nulla sarà più come prima, nemmeno la nostra povertà. Negli scioperi che attraversano il paese da mesi – a gennaio ci furono le manifestazioni più grandi, sedate – si sentono persone esasperate e determinate, come l’attivista Jafar Azimzadeh che su Telegram (altro tormento del regime) ha pubblicato un minivideo: “In quale parte del mondo un lavoratore che ha uno stipendio quattro volte più basso della soglia di povertà viene costretto dalla polizia a lavorare? Questa è schiavitù”.

 

Un piccolo boom economico c’è stato con il deal, quando il mercato petrolifero si è aperto, con una crescita del pil del 12,5 per cento nei primi dodici mesi dopo la firma, e un target quinquennale dell’8 per cento di media. Ora le stime del Fondo monetario dicono che ci si assesterà sul 4 per cento, senza considerare le eventuali sanzioni che saranno introdotte. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’agenzia Tasnim, il 33 per cento degli iraniani vive sotto la soglia di povertà, mentre il prezzo della carne e delle uova continua a crescere. La speranza si è dimezzata insomma, assieme alle prospettive di crescita, mentre il potere d’acquisto è condizionato (al ribasso) dall’inflazione e dall’andamento del prezzo del petrolio, e le risorse accumulate sono rimaste nelle casse del regime, che le utilizza per finanziare la sua politica d’espansione in medio oriente e soprattutto la costosissima, ancorché inevitabile per Teheran, guerra per mantenere al potere il regime di Damasco e per fornire a Hezbollah “cibo e armi”.

 

L’accordo sul nucleare non ha migliorato la vita degli iraniani: non l’ha nemmeno peggiorata, ribattono molti per spiegare il fatto che fuori dal deal staremo tutti peggio, perché come sosteneva il presidente autore dell’accordo, Barack Obama, o fai un deal o fai una guerra. Non si sa il popolo iraniano starà meglio o peggio, non se occupa nessuno, ma la sostanza del dialogo con l’Iran è tutta qui: fidarsi di un regime senza aver in cambio nulla.

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