Nella testa di Bibi

Giulio Meotti

Roma. Quando alcuni giorni fa il leader palestinese Abu Mazen ha tenuto un discorso a Ramallah in cui spiegava che l’Olocausto non era stato causato dall’antisemitismo ma dal “comportamento sociale degli ebrei”, attirandosi le condanne della comunità internazionale e persino del New York Times, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha pensato: “Ve lo avevo detto che non avevamo un partner con cui fare la pace”. Poche ore prima, in una spettacolare diretta televisiva, Netanyahu aveva mostrato al mondo il risultato di una operazione clandestina del Mossad, il servizio segreto israeliano. Un archivio immenso di file e dati rubati dal programma atomico dei mullah. Netanyahu anche allora aveva pensato: “Ve lo avevo detto che gli iraniani mentivano al mondo mentre firmavano l’accordo nucleare”. E ora che quell’accordo è messo in discussione a Washington, gli occhi sono puntati su di lui, Benjamin Netanyahu, che il deal aveva sempre osteggiato.

  

Un giornalista israeliano, Anshel Pfeffer, è “entrato” dentro la testa di Bibi firmandone una biografia, “Bibi. The turbulent life and times of Benjamin Netanyahu”. L’autore non nasconde la sua antipatia per il premier israeliano. Pfeffer scrive per Haaretz, il giornale della sinistra israeliana. Ma il libro è un documento prezioso per decifrare uno dei politici che hanno fatto la recente storia e, certamente, quella di Israele.

  

Ancora un anno al potere, infatti, e Netanyahu, sempre se sopravviverà agli scandali che lo inseguono da due anni, supererà David Ben Gurion, il patriarca e fondatore dello stato, come primo ministro più longevo nella storia israeliana. Il segreto del successo di Netanyahu? Lo ha spiegato Tom Segev, un altro editorialista di Haaretz: “Gli israeliani vogliono sapere quanto vale lo shekel (la moneta israeliana, ndr) e che non ci siano bombe sotto la loro auto”. Netanyahu è stato un maestro nel dare loro entrambe le cose.

    

In economia, Benjamin Netanyahu ha inanellato un successo dietro l’altro, privatizzando una economia corporativa, arricchendo gli israeliani (quando Netanyahu ha sostituito Ehud Olmert il reddito pro capite era di 27 mila dollari, oggi è 37 mila), allacciando rapporti con i giganti asiatici (l’India da ultima) e l’Africa, scansando la crisi economica che ha colpito gli altri paesi occidentali. In sicurezza, mai un azzardo. Per “Bibi”, il costo di un eventuale errore per Israele è sempre superiore agli eventuali benefici. Secondo uno studio citato nel libro di Pfeffer e realizzato da Nehemia Gershuni-Aylho, Netanyahu ha avuto come premier il minor numero di vittime di guerra e di attacchi terroristici.

  

“Netanyahu non è un guerrafondaio” scrive Pfeffer. “E’ avverso al rischio di lanciare guerre”. La pace con i palestinesi? Auspicabile ma non necessaria per la sopravvivenza di Israele. Anzi, nel caso di land for peace la metterebbe persino in discussione, la sua esistenza. Bibi, scrive Pfeffer, ha in mente per Israele “una società ibrida di paure antiche e speranze high-tech, una combinazione di tribalismo e globalismo, proprio come lo stesso Netanyahu”. Il premier vede “Israele dietro alte mura e che comunica con la sua anima gemella a seimila miglia di distanza”, ovvero gli Stati Uniti. Dello stesso avviso un’altra biografia appena uscita, “The resistible rise of Benjamin Netanyahu” dello storico Neill Lochery, docente allo University College di Londra, in cui spiega che “per Netanyahu è tutta questione di sopravvivenza”. Quella di Israele e della propria politica. “L’idea di Netanyahu come custode di Israele, che protegge il paese dagli attacchi fisici e politici, risuona in molti israeliani profondamente sospettosi nei confronti dei palestinesi, degli arabi e del resto del mondo”.

  

Per essere il primo ministro di Israele, pensa Bibi e scrive Pfeffer, “bisogna avere una conoscenza della storia, una visione per il futuro e la forza d’animo di resistere a pressioni insopportabili. Lo stato ebraico esiste da settant’anni, ma per Netanyahu la sua esistenza rimane precaria come la dinastia degli Asmonei, costantemente minacciati dall’Impero romano. Una mossa sbagliata e gli israeliani nel XXI secolo potrebbero affrontare un destino simile agli ebrei d’Europa nell’Olocausto”.

  

E’ il grande lascito dell’immobilismo di Netanyahu: essere riuscito a impiantare nella testa degli israeliani l’idea che il conflitto non se ne andrà mai via, che devono imparare a gestirlo e mai a risolverlo con formule illusorie, che devono essere forti e che alla fine prevarranno con il “muro di ferro”. Nel suo discorso di accettazione del Premio Israele a fine aprile, lo scrittore David Grossman si è lamentato che il suo paese è una fortezza, ma non ancora una casa. Per Netanyahu è meglio una fortezza sicura di una casa che brucia.

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