Perché nel Libano che vota (finalmente) si parla così tanto di spazzatura

Rolla Scolari

Milano. L’immondizia che ricopre le strade di mezzo paese, il riciclaggio dei rifiuti, i tagli di elettricità, i guai del sistema scolastico, la corruzione, l’economia a pezzi sono alcuni temi di una campagna elettorale attesa per quasi dieci anni. Chi pensa che in medio oriente si vada alle urne considerando soltanto le minacce di testate nucleari, guerre imminenti, milizie, Isis e al Qaida può guardare al piccolo Libano, e ricredersi.

 

Era dal 2009 che il paese non andava al voto, per lentezze, crisi e motivazioni istituzionali. Le elezioni legislative hanno risvegliato le passioni politiche: una nuova legge elettorale potrebbe portare qualche colpo a uno status quo cristallizzato in una specie di “feudalesimo” settario dalla fine della guerra civile, nel 1990. Resta però improbabile che il nuovo corso possa cambiare lo scenario politico esistente (un Parlamento in cui gli equilibri sono in favore del movimento sciita Hezbollah, alleato dell’Iran). Con il nuovo sistema quasi proporzionale, e la possibilità dell’elettore di esprimere una preferenza a un candidato della lista, si aprono però maggiori possibilità per politici indipendenti e piccoli partiti. E dal 2015, anno in cui la società civile di Beirut si è risvegliata, mostrando in piazza tutta la frustrazione di una popolazione stanca della debolezza di un governo incapace di garantire i più banali servizi – dalla raccolta e smaltimento dei rifiuti che da anni ormai soffocano il paese, ai continui tagli di corrente elettrica – gruppi e liste civiche non hanno smesso di formarsi. E’ proprio sul malcontento che puntano questi nuovi arrivati della politica libanese: Kollouna Watani è una lista che raccoglie movimenti grassroots e associazioni civiche come Puzzate!, i primi a scendere in strada contro l’invasione dell’immondizia; Beirut Madinati (Beirut la mia città), LiBaladi (Per il mio paese), e Sabaa (7), Sawt al Nas (la voce della gente). Alle recriminazioni locali si aggiungono il timore di un conflitto tra Hezbollah, alleato dell’Iran, e Israele; e le perplessità sulla gestione della crisi sociale legata alla presenza di oltre un milione di rifugiati siriani (su sei milioni di abitanti).

 

La frustrazione dei nuovi arrivati ha come principale e solido avversario uno status quo settario, un sistema a lungo accusato di nepotismo. In Libano, la politica è raccolta e raccontata dai poster che, con o senza elezioni, tappezzano città, villaggi, valli del paese. Le fotografie di politici, vivi, morti, uccisi, di “martiri” e “combattenti” sono garanzia di orientamento geografico: è sempre possibile sapere se si è in un quartiere cristiano o druso, in una zona sciita o sunnita. E in queste settimane, i cartelloni elettorali hanno raccontato soprattutto una politica che cambia volto ma non nome. Dall’indipendenza del Libano, attraverso la guerra civile fino a oggi, la politica nazionale è gestita da un numero ristretto di famiglie, legate spesso in passato a milizie armate, connotate dalla propria appartenenza religiosa. E’ d’altronde il paese in cui siede un premier, Saad Hariri – secondo molti analisti toccherà ancora a lui formare il nuovo governo – che ha preso per appartenenza familiare l’eredità politica del padre Rafik, ucciso nel 2005. Così, Nadim Gemayel, figlio del presidente assassinato Bachir, e nipote di Pierre, fondatore del Kataeb, il partito falangista, è candidato, mentre il cugino Sami, figlio di un altro presidente Gemayel, Amin, è già a capo del movimento. E se il leader druso Walid Jumblatt è erede politico del padre Kamal, è per tutti normale in Libano che il figlio Taymour si candidi al voto. Michelle Tueni, 31 anni, è sorella di Nayla, che è stata già deputata per diversi anni. Sono le figlie del giornalista Jebran Tueni, ex direttore del quotidiano anNahar e poi deputato in Parlamento, morto nel 2005 in un attentato. La lista continua ed è trasversale: accade tra cristiani, sunniti, sciiti, drusi. E i nuovi arrivati della politica accusano il sistema, che agevolerebbe le ricche famiglie di sempre: soltanto per candidarsi al voto, senza contare le spese della campagna elettorale e per l’affissione dei poster, ogni candidato ha dovuto pagare più di 5 mila dollari.

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