Il nuovo ruolo del Centro America nell'èra Trump

Maurizio Stefanini

“L’integrazione centroamericana ci ha permesso di trasformare una regione in conflitto e con gravissimi problemi economici e sociali nella sesta economia più grande dell’America Latina e nel secondo mercato più importante del Centroamerica, dopo gli Stati Uniti. E anche con l’Europa manteniamo buone relazioni di interscambio. Il nostro Pil sta crescendo in maniera esponenziale, grazie soprattutto alla capacità delle piccole e medie imprese di creare posti di lavoro. Vogliamo in questo modo esaltare la nostra naturale vocazione geopolitica di ponte: un ponte tra il Nord e il Sud America e tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico”. Lo dice al Foglio Marco Vinicio Cerezo Arévalo, ex presidente del Guatemala tra 1986 e 1991, ora segretario generale del Sistema dell’Integrazione Centroamericana: l'organizzazione economica, culturale e politico di Stati dell'America centrale, un’intesa tra otto paesi, più Haiti in fase di adesione, ai quali si aggiungono nove osservatori regionali e dieci osservatori extraregionali. Tra questi c'è anche l’Italia, che al Sica dà un importante apporto di cooperazione, soprattutto in temi come il contrasto alla corruzione e alla criminalità organizzata, il sostegno alle Piccole e medie imprese o l’ambiente.

 

L'idea di un'America Centrale come ponte tra nord e sud e Atlantico e Pacifico sembra però una provocazione. Perché in questo momento le cronache più che di ponti parlano di muri… “Sì, è così”, dice Cerezo al Foglio. “A noi la decisione del signor Trump di costruire un altro muro un po’ sorprende. Dobbiamo però riconoscere che il problema delle migrazioni ci sta castigando perché ancora malgrado tanto sviluppo in America Centrale non siamo riusciti a risolvere alcuni problemi economici e sociali fondamentali”.

 

Cerezo è passato alla storia sia come l’uomo che consolidò la democrazia in Guatemala, dopo 150 anni di turbolenze e dittature, sia come il promotore degli accordi di pace Esquipulas I e II che portarono alla fine delle guerre civili in El Salvador, in Nicaragua e nello stesso Guatemala. "Abbiamo riportato la pace, abbiamo consolidato la democrazia”.

 

Ora c’è il problema del Nicaragua, “un'esplosione di protesta. Però è subito partito un processo di negoziato tra governo e società, con la mediazione della Chiesa”. E allora perché la gente dall’America Centrale continua a partire? “Sono purtroppo emerse patologie nuove. Il narcotraffico, la criminalità organizzata. E continua un grave livello di corruzione”. Su questi temi però "l’Italia ci dà un sostegno importante”, tiene a ricordare. La delegazione del Sica a Roma è venuta a discutere di cooperazione con il governo e con l’Istituto Italo Latino-Americano (Iila). “Ma anche noi facciamo molte cose. Il Guatemala ha sviluppato politiche importanti sul fronte della lotta alla corruzione. L’El Salvador ha realizzato programmi molto interessanti per assistere correttamente i migranti di ritorno. Bisogna valorizzare quello che hanno appreso di buono negli Stati Uniti, e nel contempo bloccare coloro che non hanno appreso niente di buono e tornano solo per partecipare a attività illegali”.

 

Ogni tanto però anche i paesi centroamericani riprendono a litigare. “Ci sono eredità del passato, ma in linea generale i nostri muri stiamo cercando di toglierli. Ad esempio, ponendo fine ad antiche dispute di confine che c’erano tra Guatemala e Belize, tra Nicaragua e Costa Rica, tra Nicaragua e Colombia”. Insomma, “l’emigrazione si previene con lo sviluppo”. E qual è un settore in particolare in cui l’Italia può contribuire a questo sviluppo? “Molti, ma vorrei ricordare che in questo momento una nostra priorità è il sistema di trasporti e logistica. Lo sa che secondo una stima del Wto la velocità del trasporto nella regione centroamericana era di 16 km all’ora? Le caravelle di Cristoforo Colombo con un buon vento arrivavano a 18 all’ora!”.

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