Dentro o fuori dal deal

Quattro ipotesi per “potenziare” l’accordo iraniano (tutte difficili)

Paola Peduzzi

Milano. Salvare l’accordo sul nucleare iraniano: questo è l’obiettivo dell’Europa, frastornata dall’inseguirsi di dichiarazioni e scaffali pieni di faldoni e cd, la “prova”, dice Israele, del fatto che la Repubblica islamica d’Iran non mantiene la parola data. La charme offensive di Emmanuel Macron a Washington, seguita dalla più prosaica visita della cancelliera tedesca Angela Merkel, non è servita a convincere Donald Trump a firmare, il 12 maggio, il “waiver” sulle sanzioni che confermerebbe la volontà americana di restare dentro all’accordo. Non so cosa farà Trump, ripete Macron, e in realtà non si sa nemmeno che cosa farà l’Iran – a giudicare dalle reazioni: uscirà anch’esso dall’accordo – né che cosa faranno gli altri firmatari, perché la procedura di un recesso unilaterale non era stata, in fase di negoziazione, contemplata. Però Macron, consapevole dell’imprevedibilità trumpiana, offre un’alternativa: non stracciamo l’accordo, ma potenziamolo. Al momento sembra una mossa per prendere tempo, visto che il 12 maggio è vicinissimo ed è da escludere che si possa creare un consenso tra tutti gli interlocutori prima di allora, ma in realtà la proposta cerca di andare al cuore del problema di questo accordo, che si fonda sulla fiducia reciproca non soltanto del rispetto delle regole già stabilite, ma anche della condivisione dell’obiettivo finale: l’Iran non si doterà della bomba atomica.

 

Il potenziamento del deal riguarda quegli stessi elementi che, nel 2015, erano stati segnalati come i punti di debolezza su cui facevano leva gli scettici: le ispezioni, la temporaneità, l’avanzamento della tecnologia missilistica e l’attività di destabilizzazione (a mano armata) del medio oriente. L’Agenzia per l’energia atomica (Aiea) ha dichiarato di non aver rilevato alcuna attività nucleare che violi gli accordi presi: l’ultimo report dell’Aiea, il decimo da quando è stato firmato il deal, è stato pubblicato a febbraio. Il direttore dell’Agenzia, Yukiya Amano, a inizio marzo in conferenza stampa ha detto che la metodologia di controllo è diventata molto sofisticata, e che lo sforzo investigativo è quasi duplicato dal 2013 (sono anche stati stanziati altri fondi, quelli esistenti non erano sufficienti), con gli ispettori che passano moltissimo tempo in territorio iraniano e collaborano con gli iraniani. I siti in cui il monitoraggio è continuo non mostrano violazioni, ma il problema è che i siti militari sono esclusi dai controlli: quando l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, nell’autunno scorso ha detto che era necessario ampliare il monitoraggio, la risposta da Teheran è stata secca. I siti militari sono off limits, “gli americani possono portarsi nella tomba i loro sogni di accedere ai nostri siti militari”, ha detto Ali Akbar Velayati, superconsigliere della Guida suprema, Ali Khamenei, avvistato di recente a Damasco assieme al rais siriano, Bashar el Assad. L’Iran non vuole che i propri segreti militari siano rivelati, cosa abbastanza comprensibile: chi lo vorrebbe?, ma la mancanza di trasparenza alimenta i sospetti: che cosa avviene davvero in quei luoghi off-limits?

 

Questa domanda porta dritti alla seconda questione: i test missilistici. Il riarmo convenzionale è al di fuori dell’accordo, ma il Congresso americano – anche quando il presidente era Barack Obama – ha più volte chiesto e ottenuto delle misure sanzionatorie nei confronti di Teheran. Le linee rosse su nucleare e armi chimiche poste (e tolte e riposte) in questi anni in Iran e Siria hanno creato un paradosso pericoloso: l’attenzione si è concentrata sull’utilizzo di armi non convenzionali, e tutto ciò che è convenzionale è risultato secondario. Se Assad non usa agenti chimici può rimanere al suo posto? Se Teheran non sviluppa la bomba atomica ma testa missili che possono colpire Londra è meno pericolosa?

 

La Repubblica islamica non fa mistero della sua determinazione bellica: se anche non si desse peso alla retorica minacciosa, cosa che sarebbe comunque un po’ rischiosa, l’avanzamento tecnologico militare di Teheran è evidente e motivo d’orgoglio per la leadership iraniana. L’accordo del 2015 chiede all’Iran di non impegnarsi in attività che concernono missili “disegnati per” avere la capacità di portare armi nucleari. Sull’espressione “disegnati per”, gli esperti si dividono da tempo: l’intenzione non può essere misurata e resta soggettiva, ma ci sono elementi tecnici e d’intelligence che possono contribuire a dare un’idea di come procede il riarmo dell’Iran. In un report pubblicato dall’International Institute for Strategic Studies il 28 febbraio scorso, gli autori, Michael Elleman e Mark Fitzpatrick, scrivono: “Lo standard internazionale per determinare la capacità nucleare dei missili è la soglia sviluppata nel 1987 dal Missile Technology Control Regime, che impedisce di esportare sistemi di missili in grado di portare una carica di 500 chilogrammi per più di 300 chilometri. Otto dei tredici sistemi di missili balistici dell’Iran – l’arsenale più grande e più diversificato del medio oriente – superano questa soglia e sono per questo considerati in grado di portare testate nucleari. Gli altri cinque, che fanno parte della famiglia di missili Fateh-110, sono sicuramente letali, soprattutto quando vengono consegnati a Hezbollah che li usa contro Israele, ma sono chiaramente non congegnati per un utilizzo nucleare”. L’analisi tecnica dei sistemi missilistici è facilmente consultabile, ma nelle considerazioni finali i due autori stabiliscono un obiettivo minimo che potrebbe essere utile nel tentativo di potenziare l’accordo sul nucleare: “Considerato il ruolo centrale che i missili balistici giocano nella difesa e nella deterrenza iraniana, soprattutto alla luce dello stato della forza aerea, antiquata e inferiore, è inconcepibile pensare che Teheran possa volontariamente acconsentire a consegnarli tutti. Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero dare grande priorità al contenimento dei sistemi a medio raggio che sono stati disegnati per portare armi nucleari, e restare pronti ad accettare i missili che chiaramente non possono farlo”.

 

La pericolosità dello sviluppo delle armi convenzionali è alta se si considera il fatto che l’accordo è a tempo: oggi gli ispettori ci dicono che non c’è un’attività nucleare bellica in corso, ma, stando ai vincoli di oggi, dal 2026 l’Iran potrà ricominciare ad arricchire uranio. Nel frattempo il suo sistema di centrifughe non sarà stato smantellato e l’arsenale militare sarà invece grandemente aumentato. Come sempre le intenzioni sono soggettive, ma è chiaro che l’obiettivo stesso dell’accordo non è evitare lo sviluppo atomico militare di Teheran, ma semmai posticiparlo. Nel frattempo però continua il riarmo e continua l’altra attività su cui l’Iran investe risorse e uomini: la destabilizzazione dell’area mediorientale con l’esportazione della Rivoluzione sciita. Gli europei, su stimolo di Macron, stanno valutando misure sanzionatorie antiterrorismo, ma l’iniziativa non pare né facile né rapida: bisognerebbe trovare una posizione comune su come si combatte il terrorismo e sul futuro della Siria in poche settimane, quando da otto anni nessuno se n’è occupato.

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