Chi è la spia che piangeva quando Kim e Moon si sono stretti la mano

Giulia Pompili

Roma. Una delle immagini più virali online, nei giorni successivi allo storico incontro tra il leader nordcoreano Kim jong-un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in a Panmunjom, nella Zona demilitarizzata, è quella di un uomo di mezza età con la testa piegata in avanti e un fazzoletto sugli occhi, nell’atto di asciugarsi le lacrime. E’ anche la fotografia più rappresentativa del riavvicinamento tra le due Coree, che va ben oltre le decisioni geopolitiche e strategiche sul nucleare e sugli interessi delle grandi potenze straniere nell’area. Suh Hoon, sessantatré anni, è il capo dell’intelligence di Seul, l’uomo a cui bisogna guardare per cercare di interpretare la velocità con cui si sono susseguiti gli eventi di questi mesi. Per circa trent’anni Suh, nato poco dopo la firma dell’armistizio del 1953, ha studiato la Corea del nord. E’ il simbolo di un’intelligence fatta alla vecchia maniera, con le persone e le risorse, più che sullo studio dei dati.

 

Lo show delle Coree unite tra occhiali scuri, abbracci e sospetti

L’incredibile determinazione del presidente Moon e una dichiarazione di pace troppo simile a quella del 2007

 

  

Quando fu firmato il primo accordo sul nucleare tra l’America e la Corea del nord, nell’ottobre del 1994, in un periodo di profondi cambiamenti a Pyongyang data la morte improvvisa del fondatore della patria Kim Il-sung l’8 luglio del 1994, Suh Hoon era già una spia con un’esperienza di quindici anni. I termini dell’accordo con Pyongyang prevedevano, tra l’altro, che la Corea del sud costruisse due reattori nucleari per uso civile in Corea del nord, sotto lo stretto controllo dell’Agenzia per l’energia atomica. E’ così che nel 1997 Suh Hoon è diventato la prima spia sudcoreana a essere assegnata al Nord, e ha vissuto per due anni a Sinpo, una città sulla costa occidentale della Corea, cercando ogni giorno di conoscere, dialogare, e comprendere qualcosa di più dei suoi interlocutori. Grazie all’esperienza maturata, in seguito è stato proprio Suh uno degli uomini chiave che ha portato alla realizzazione degli altri due summit intercoreani della storia, quello del 2000 e del 2007 – il periodo della “sunshine policy” a cui l’attuale presidente Moon Jae-in si ispira. Suh Hoon era riuscito lentamente a stabilire una relazione di fiducia con il precedente leader nordcoreano, Kim Jong-il. Poi però nel 2008 è cambiato tutto: con la vittoria di Lee Myung-bak e il ritorno al governo di Seul dei conservatori, Suh è costretto a ritirarsi dall’agenzia e a passare al mondo accademico. C’è una ragione precisa: nonostante gli sforzi dell’intelligence di creare un’apertura di dialogo diretto, la linea politica dei conservatori è sempre stata quella della massima pressione e isolamento nei confronti della Corea del nord. Ma non ha funzionato. E infatti lo scorso anno è stato un anno quasi rivoluzionario per Seul, con l’impeachment dell’ex presidente Park Geun-hye che ha aperto un vaso di pandora nella quarta economia asiatica, e sono venuti fuori gli ultimi di una lunga serie di scandali che hanno colpito i servizi segreti sudcoreani, usati più spesso per questioni interne e meno per conoscere e gestire la questione nordcoreana (vennero a conoscenza della morte di Kim Jong-il dalla televisione di stato).

 

Moon Jae-in, lo scorso anno, e ben prima di essere eletto, ha capito questo bisogno di cambiamento e ha voluto Suh Hoon a capo della sua intelligence. E quindi non è un caso se dopo un lungo periodo di provocazioni e tensioni, e dopo l’incredibile apertura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, all’inizio di marzo la prima delegazione sudcoreana a tornare a Pyongyang fosse guidata da Suh, che conosceva sia il padre sia il nonno di Kim Jong-un, ed è un uomo di cui i nordcoreani si fidano. E’ sempre Suh che subito dopo le riunioni nella capitale nordcoreana è volato a Washington, a dire al presidente Donald Trump che il leader nordcoreano, il “rocket man”, voleva incontrarlo. Ed è sotto la sua direzione che si sono celebrati gli incontri organizzativi delle ultime settimane: le sue lacrime sono le lacrime di un uomo che è riuscito, dopo trent’anni, a portare un leader nordcoreano al Sud.

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