In tour con “il club dei folli” di Assad

Daniele Raineri

Roma. Ieri un giornalista freelance inglese, Gareth Browne, ha pubblicato un pezzo sul quotidiano The National per spiegare com’è fare il giornalista quando si lavora nella parte di Siria sotto il controllo saldo del governo del presidente Bashar el Assad – non in tutti casi, ma spesso. Sono cose note da molti anni e suonano come segreti di Pulcinella per gli addetti ai lavori, ma nondimeno sono interessanti per il pubblico che potrebbe chiedersi per esempio di quanta libertà godono effettivamente i reporter stranieri a Damasco oppure potrebbe chiedersi perché in nove reportage su dieci dalla Siria governativa c’è una lunga intervista innocua e invece non si vede quasi mai un civile morto, a dispetto del fatto che la guerra ha ucciso circa mezzo milione di siriani. La prima regola da tenere a mente è che ottiene un permesso per entrare in Siria chi non è stato colto dal regime a produrre giornalismo troppo critico o troppo disallineato con la linea ufficiale. Gli altri giornalisti finiscono su una lista nera e sono per sempre tenuti fuori dal paese, e questo è naturalmente uno svantaggio per chi si occupa per professione di notizie dal medio oriente. Chi ha lavorato nelle zone della Siria fuori dal controllo del governo e quindi senza il permesso è considerato per associazione automatica un giornalista ostile e finisce sulla lista nera

 

E’ comunque un destino molto più fortunato di quello dei giornalisti rapiti e molte volte uccisi dai gruppi terroristici che infestano le aree fuori dal controllo del governo Assad: questo spiega perché nei primi anni della guerra civile erano di più a lavorare nelle aree ribelli che nelle aree governative e oggi quasi nessuno più lavora nelle aree ribelli e molto spesso l’unico modo per vedere un pezzo di Siria è accettare le condizioni di Damasco.

 

La seconda regola da tenere a mente è che quasi sempre i giornalisti in Siria sono scortati dai “minders” del governo, una parola inglese innocua per indicare la scorta che in teoria dovrebbe proteggere il giornalista ma svolge piuttosto un ruolo di sorveglianza sul suo lavoro. Dove va, chi incontra, che domande fa, cosa rispondono gli interpellati. Browne descrive una settimana di tour siriano per un gruppo di diciotto visitatori – giornalisti, accademici e politici – che gli stessi partecipanti hanno soprannominato “il club dei folli”. I veterani della comitiva grazie ai loro contatti ben rodati con il governo e la loro esperienza in viaggi precedenti sono la Baronessa Caroline Cox, una parlamentare della House of Lords inglese, e Andrew Ashdown, un prete anglicano che descrive il tour come una “visita pastorale” (del resto chi meglio di una baronessa inglese e di un prete possono tenere alta la bandiera dell’anti-imperialismo mediorientale).

 

Uno dei pezzi forti della visita è l’incontro con un paio di blogger occidentali che da Damasco battono la grancassa della propaganda governativa, Tom Duggan e Vanessa Beeley. Quest’ultima, presentata spesso come giornalista pure se non lavora davvero per qualche media, sostiene che la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi nel gennaio 2015 è stata una cosiddetta “false flag operation”, vale a dire che qualcuno l’ha commessa e poi ha dato la colpa ai terroristi per manipolare l’opinione pubblica mondiale e pensa che anche l’11 settembre sia successa la stessa cosa. Nondimeno, il tour prevede un incontro con lei in un hotel di Damasco, dove spiega agli ospiti la situazione siriana. Duggan invece racconta come i Caschi bianchi, l’organizzazione di primo soccorso che si occupa delle vittime dei bombardamenti ed è detestata dalla propaganda russa e governativa, abbiano assassinato i civili di Duma per simulare un attacco chimico. C’è anche un incontro con il Gran muftì siriano, Ahmad Badreddin Hassoun, che è una figura molto importante perché è sunnita e quindi dimostra che il regime non è soltanto un gruppo di potere alawita. Hassoun però in passato ha detto cose che non sarebbero facilmente condonate: nel 2004 pregava per i guerriglieri di Falluja, in Iraq, “Dio è con voi mentre uccidete gli americani” (quindi stava dalla parte di Abu Mussab al Zarqawi, padre fondatore dello Stato islamico) e nell’ottobre 2011 minacciava Europa e America dicendo che in caso di attacco alla Siria squadre di siriani erano pronte a rispondere con attacchi suicidi. Tutto questo è ora sepolto sotto la narrazione ufficiale. O c’è Assad oppure lo Stato islamico, le decine di migliaia di prigionieri politici e dissidenti spariti nelle carceri del regime, tra cui avvocati, professori, giornalisti, è come se non fossero mai esistiti. L’impressione generale tra i visitatori, scrive Browne, tranne alcune eccezioni è di essere ingenuamente diventati gli utili idioti del regime, impressione che probabilmente è stata rafforzata alla fine del viaggio dalla vista della Baronessa Cox che all’ultimo giorno regala agli uomini dei servizi segreti che hanno tenuto d’occhio i visitatori un servizio di vassoi comprati a Buckingham Palace. Fa tutto parte della grande strategia della normalizzazione a cui il governo siriano tiene molto: ogni visita dall’occidente è seguita da telecamere e fotografi e rilanciata da giornali e telegiornali nazionali, per dimostrare che il paese non è più un paria internazionale. Che è anche la ragione per cui gli abboccamenti diplomatici che in teoria dovrebbero restare segreti finiscono subito spifferati ai giornali di partito. Interpellato dal Foglio Browne dice di essere perfettamente consapevole che non potrà tornare a Damasco molto presto.

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