La democrazia è un pollo

Paola Peduzzi

La democrazia è come un pollo, se vuoi spennarla viva devi togliere una piuma alla volta, così ogni strillo vale a sé, e quando ti accorgi che c’era dietro un piano, un obiettivo – destabilizzare, indebolire, annichilire – il pollo non ha più nemmeno una piuma, basta il colpo finale. Madeleine Albright usa questa metafora nel suo ultimo libro, “Fascism: A Warning”, uscito negli Stati Uniti la settimana scorsa, e la attribuisce a Benito Mussolini, il quale diceva che per accumulare potere bisognava, appunto, fare come con i polli, piuma per piuma: in questo modo l’intero processo resta il più nascosto possibile. E’ così che i leader autoritari prendono il potere, trasformando le democrazie fino a deturparle.

 

L’ex segretario di stato racconta di essersi formata sulla “sindrome di Monaco”, la consapevolezza di quel che puoi perdere se ignori i segnali

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati molti saggi che cercano di definire che cos’è il populismo, che s’interrogano sul ritorno del fascismo, che recuperano nella storia del Novecento segnali che possano essere utili per comprendere quel che accade oggi, per lanciare un allarme sul prossimo futuro: al centro di ognuna di queste riflessioni, condivisibili o no, ben argomentate o no, c’è la democrazia. Foreign Affairs, rivista dell’establishment americano della politica internazionale, mette in copertina un’urna, un foglietto che entra da una parte – il voto, le elezioni, il simbolo della democrazia – ed esce dall’altra a striscioline: l’urna è una macchina che distrugge documenti. Di fianco il titolo: “La democrazia sta morendo?”. Sul Financial Times, Mark Mazower, in un lungo articolo che raccontava alcuni dei saggi su questo tema, segnala un punto interessante: non sono soltanto populismo e fascismo i termini “slippery”, scivolosi, sfuggenti, lo è anche il termine democrazia.

 

E’ da qui, da quello che rappresenta la democrazia, che parte anche “Fascism: A Warning”. La Albright è stato il primo segretario di stato donna della storia americana, dal 1997 al 2001, durante la seconda presidenza di Bill Clinton: “Madame secretary” è prima di tutte lei. E ha una certa esperienza del fascismo e dell’autoritarismo: scappò bambina dalla sua Cecoslavacchia prima della Seconda guerra mondiale, ci tornò dopo la guerra e riscappò, questa volta per sempre, in America, come rifugiato politico, quando prese il via il regime comunista. “Avevo undici anni quando arrivai negli Stati Uniti – ricorda la Albright: era il 1948 – e l’unica ambizione che avevo era diventare una tipica teenager americana. Ho gettato via il mio accento europeo, ho letto pile di fumetti, ho appiccicato l’orecchio alla radio e ho mangiato ininterrottamente gomme da masticare”. La madre della Albright ha chiamato la figlia tutti i 4 luglio della sua vita per assicurarsi che anche nella sua nuova famiglia si cantasse l’inno e si andasse alle parate. Il padre della Albright, professore all’Università di Denver, scriveva libri sui rischi della tirannia e si preoccupava perché gli americani gli sembravano troppo abituati alla libertà – “tanto, tanto liberi” – al punto da darla per scontata. La Albright racconta che, quando è arrivata nei palazzi in cui si faceva la strategia internazionale dell’America, era spesso più anziana degli altri di una decina di anni: questa differenza d’età aveva un impatto decisivo. Attorno a lei, i colleghi avevano come riferimento temporale e formativo la guerra del Vietnam, su quel conflitto elaboravano le prospettive per il futuro. Lei no, lei era ferma alla “sindrome di Monaco”, a quel preciso momento della storia in cui i segnali dell’autoritarismo non erano stati colti, non erano stati interpretati, erano stati ignorati. La consapevolezza di quello che puoi perdere: è questo il tratto formativo dell’esperienza della Albright.

 

Uno studente dice che il rischio di autoritarismo in America è alto perché “siamo convinti che il fascismo qui non ci possa essere”

Il “warning” di oggi, l’allarme che l’ex segretario di stato lancia nel suo libro, è figlio di questa consapevolezza. Sorride, la Albright, ricordando un aneddoto recente: sto scrivendo un libro, dice a un suo amico, ah sì, su cosa?, “fascism”, dice lei, “cosa, fashion?”, chiede l’altro. Scrivere di moda sarebbe divertente per questa signora che è riuscita a creare il culto delle spille persino tra le più insospettabili: la sua collezione personale è stata per un po’ in mostra allo Smithsonian museum, perché con quelle spille è stato costruito un pezzo della diplomazia americana del post Guerra fredda. Tutto era iniziato all’Onu, quando la Albright era ambasciatrice: era finita la prima guerra del Golfo, l’America voleva una risoluzione per sanzionare il regime di Saddam Hussein. Quasi ogni giorno la Albright rilasciava dichiarazioni durissime contro il dittatore iracheno, e la diplomazia di Baghdad aveva iniziato a definirla “un serpente senza pari”, così la Albright si presentò al Palazzo di vetro con una spilla a forma di serpente. Quando i giornalisti le chiesero se ci fosse qualche allusione, lei pensò che sarebbe stato divertente lanciare messaggi anche attraverso i gioielli: le spille divennero presto la sintesi della diplomazia di Madame secretary.

 

Oggi di moda, scrive la Albright, non ci sono le spille, c’è il fascismo, e no – ripete a ogni intervista – non ho scritto il libro perché c’è Donald Trump, lui non è un fascista, “è il presidente più anti democratico della storia americana”, questo sì. Alla fine del saggio, l’autrice dice che aveva in mente di scrivere di fascismo anche prima dell’elezione di Trump (lei ovviamente faceva il tifo per Hillary, anche se il suo appello al voto non fu con tutta probabilità di grande aiuto: c’è un posto speciale all’inferno, disse la Albright, per le donne che non aiutano le altre donne) e che questa presidenza l’ha soltanto convinta ad accelerare i tempi. Trump non è un fascista, ma è antidemocratico, e forse a spennare vivo il pollo poi il risultato finale, il progetto finale, non cambia. “Se pensiamo al fascismo come a una ferita del passato che si è quasi rimarginata, mandare Trump alla Casa Bianca equivale a strappare la benda e levare la crosta”, scrive la Albright che, definendosi un’ottimista che si preoccupa molto, vuole dimostrare che ci sono molti modi per destabilizzare la democrazia, non c’è bisogno dei carri armati o della violenza. Se poi a strappare la benda è l’America, il pericolo è più alto: chi ha tendenze autocratiche in giro per il mondo vede le dichiarazioni di Trump contro il sistema mediatico-istituzionale dell’America “come l’erba gatta”. “Se il leader del paese più potente e libero del mondo interpreta la vita come uno scontro cane-mangia-cane in cui nessun paese può guadagnare qualcosa se non a discapito di un altro, chi potrà portare la bandiera del teamwork internazionale quando i problemi più gravi del mondo non possono essere risolti in nessun’altra maniera?”. La domanda non è retorica, e la Albright vuole una risposta perché, “se la natura detesta il vuoto, il fascismo al contrario lo accoglie”.

 

Trump non è un fascista, è il presidente più anti democratico della storia americana, questo sì. E un esempio pericoloso all’estero

Il saggio della Albright è il racconto storico di vuoti riempiti da leader autocratici, scandito dai ricordi e dalle sensazioni personali, visto che alcuni di questi lei li ha incontrati, osservati, analizzati, guardati negli occhi. Ci sono Benito Mussolini e Adolf Hitler, c’è Stalin (“una dittatura è una dittatura, che il suo simbolo sia l’aquila a due teste o la falce e il martello”), c’è la caduta del Muro, c’è Slobodan Milosevic (“non incarnava lo stereotipo del fascista, non era vistoso come Mussolini né un urlatore come Hitler, la sua faccia era rossastra, paffuta e senza rughe. Aveva modi affabili e tendeva, nei colloqui, a fare la parte dell’innocente. Molti pensavano che fosse influenzato da sua moglie Mirjana, professoressa marxista la cui madre era stata torturata e uccisa dai nazisti. Lui insisteva nel definirsi un democratico”), c’è Hugo Chávez, c’è Recep Tayyip Erdogan, e c’è anche Viktor Orbán. La Albright dedica un capitolo all’Ungheria e al suo premier, reduce da una stravittoria alle elezioni dell’8 aprile scorso, che si intitola “Siamo quel che eravamo”. Quel che eravamo è anche un giovane Orbán che parla, il 16 giugno del 1989, nella Piazza degli eroi di Budapest per commemorare Imre Nagy: “Se riusciamo a fidarci delle nostre anime e della nostra forza, noi giovani possiamo mettere fine alla dittatura comunista. E se non perdiamo di vista gli ideali del 1956, eleggeremo un governo e inizieremo un negoziato per l’immediato ritiro delle truppe russe”. Gli applausi coprivano la voce di Orbán, “lo spirito della libertà ungherese era rinato – scrive la Albright – e il comunismo invece era nella bara”, e il futuro primo ministro era l’artefice di quella trasformazione, come Lech Walesa lo era in Polonia e Václav Havel in Cecoslovacchia. Oggi Orbán è molto controverso, per gli osservatori stranieri è “un nazionalista antidemocratico xenofobo con un piano crudele contro gli immigrati”, cita la Albright, fissando in una domanda il tempo passato, lo sguardo che si muove, il pollo che viene spennato e ci voltiamo agli strilli ma poi ritorniamo alle nostre faccende: “Chi è cambiato di più, l’idealista del 1989 o quelli che ora lo giudicano?”.

 

Appena prima di Orbán, nella storia della Albright c’è Vladimir Putin, che lei incontrò nel gennaio del 2000, quando ancora era per i più un mezzo sconosciuto: il primo commento di Putin fu per la spilla dell’ex segretario di stato – dei palloncini, per dire: le speranze della Russia devono volare alte (le spille erano leggendarie tra i russi: una volta la Albright scoprì che erano state messe delle cimici in una stanza al dipartimento di stato e all’incontro successivo con diplomatici russi indossava una spilla grande con su una cimice; un’altra si negoziava il trattato sui missili antibalistici, la Albright aveva una spilla a forma di missile. “E’ uno dei vostri missili intercettatori quello che ha sulla spilla?”, chiese un diplomatico russo. “Sì, li facciamo molto piccoli. Cominciamo a negoziare”, rispose l’ex segretario di stato). La Albright annotò le proprie impressioni sul volo di ritorno a Washington: “Putin è piccolo e pallido, così freddo che potrebbe essere un rettile. Era in Germania dell’est quando il Muro di Berlino è caduto e dice di capire perché il crollo è avvenuto – una posizione costruita su muri e divisioni non può vivere per sempre; ma si aspettava che sarebbe nato qualcosa di nuovo al suo posto, e invece non è stato proposto nulla. I sovietici semplicemente hanno mollato tutto e se ne sono andati. Dice che molti problemi non ci sarebbero stati se non se ne fossero andati in un modo tanto frettoloso. Putin è imbarazzato per quel che è accaduto al suo paese ed è determinato a restaurarne la grandezza”. Diciotto anni dopo, Putin lavora ancora per quella grandezza e anche se ha attinto dal manuale totalitario staliniano a seconda delle esigenze, anche se ha accumulato potere a spese di molti (poveri e ricchi), anche se il governo controlla tutto, aziende, finanza, media, anche se i giornalisti muoiono in circostanze misteriose e “lo stato verticale” è concentrato nelle mani di ex agenti del Kgb come il presidente, per la Albright non è “un fascista conclamato”. Per un semplice fatto: “Non ne ha sentito il bisogno”.

 

Putin, tanto freddo che “potrebbe essere un rettile”, non è “un fascista conclamato”, semplicemente perché “non ne ha avuto bisogno”

Prima di arrivare alla conclusione passando attraverso Trump, che aleggia un po’ ovunque nel libro, l’ex segretario di stato si sofferma sul padre di Kim Jong-un, Kim Jong-il, che l’ex segretario di stato incontrò a Pyongyang alla fine del 2000 e al quale, tra parate, discussioni sul carbone e sugli impianti nucleari, l’appellativo di fascista non viene risparmiato (e ovviamente l’emissaria di Bill Clinton rivendica il fatto che il suo negoziato antinucleare allora fu efficace, e che sbagliarono i successori a non badare all’implementazione: vedremo ora Trump che accordo riesce a siglare). Che cosa ne sarà allora della democrazia contemporanea e di quella americana? “Se i populisti sono i cattivi nel dibattito epico sul futuro della democrazia, chi sono esattamente i buoni?”, chiede la Albright, e come spesso le accade ricorre, in cerca di una risposta, a quelle dei suoi studenti. I quali per tutto il libro cercano di dare una definizione di populismo, di fascismo, si interrogano sul futuro, rileggono la storia sottolineando l’attivismo di oggi: Trump è la sveglia di cui la democrazia americana aveva bisogno, dice la studentessa idealista. Ma il problema dei buoni è che sono – anche loro – estremamente suscettibili, “viviamo nello stesso paese ma in galassie differenti” e nessuno ha la pazienza, vuoi per rabbia, vuoi per paura, di capire che cosa c’è nello spazio in mezzo. E’ per questo che non si riesce a creare un argine e che anzi, elezione dopo elezione, consultazione dopo consultazione, ci ritroviamo tutti più scontrosi. “Quando siamo impauriti, arrabbiati, confusi – scrive la Albright – cediamo più facilmente alla tentazione di dar via un po’ di libertà, o quella degli altri che è anche meno doloroso, in cambio di una direzione e di ordine”. Dimmi dove devo andare per stare meglio e io ci vado, chiede l’elettore oggi, e come diceva Clinton, quando le persone sono insicure, tendono a preferire leader “strong and wrong”, forti ma in torto, piuttosto che “right and weak”, giusti ma deboli. Bisognerebbe curare l’insicurezza, ma la Albright non si addentra in questo bosco, resta fuori ad ammonire: state attenti, distrarsi è facile, e poi la strada per tornare indietro non si trova più.

 

Alla domanda se l’illiberalismo, il fascismo può contagiare anche l’America, uno studente risponde immediato: “Sì, può. Perché? Perché siamo assolutamente sicuri che non possa”. L’incrollabile fiducia nelle istituzioni e nella cultura di libertà occidentale e soprattutto americana, di quel popolo “tanto tanto libero”, come diceva il papà della Albright, è ancora l’argine più forte della democrazia, ed è allo stesso tempo il rumore di sottofondo che impedisce di sentire gli strilli del pollo spennato. Tra l’istinto di farci dire da che parte si va per sentire il rumore che fa la felicità e il desiderio di libertà, vince ancora il secondo, “o almeno così i democratici amano credere”, ammette la Albright con un pizzico di amarezza alla fine del suo viaggio nei fascismi di ieri e di oggi. Ma per non farsi trovare sempre sguarniti e impreparati, sconsolati e incapaci di comprendere perché il mondo democratico si è capovolto, è bene stare attenti, ascoltare i segnali d’allarme: prendersi cura delle piume.

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