Giù la maschera, Kim Jong-un

Redazione

Dopo nove anni di silenzio, il telefono rosso, la linea che collega direttamente il presidente sudcoreano e il leader nordcoreano, ha ripreso a squillare. Ieri è stata fatta la prima telefonata di prova. Presto i due leader Moon Jae-in e Kim Jong-un si parleranno via telefono, subito prima di incontrarsi, il 27 aprile prossimo, nella Zona demilitarizzata, a Panmunjeom. Il summit intercoreano, il terzo nella storia delle due Coree, è in realtà il primo che avverrà in quest’area così particolare, lungo il 38° parallelo che da sessantacinque anni è lo scenario di uno stand-off infinito tra Nord e Sud, tra oriente e occidente, tra Cina e America (non a caso, i due paesi che materialmente firmarono l’armistizio del 1953). C’è un intero sito internet dedicato al 27 aprile, un hashtag su Twitter con due mani che si stringono. A pensarci un anno fa, tutto questo poteva sembrare impossibile: la tensione era alta, un conflitto sarebbe potuto scoppiare per un qualsiasi incidente. Poi però il lavoro diplomatico del presidente sudcoreano Moon Jae-in ha dato i suoi frutti, e di certo anche l’elemento Donald Trump, che con la sua strategia confusa fatta di minacce concrete, sanzioni e aperture può aver avuto un merito. Ieri però si è aggiunto un tassello: la Corea del nord non vuole più che le truppe americane se ne vadano dalla penisola coreana. Lo ha riferito il presidente Moon a Trump, che poi ha commentato con un “sì, ma la denuclearizzazione non è in discussione”. E insomma, c’è qualcosa di sospetto in questo diluvio di concessioni da parte di Kim Jong-un. E’ come se la Corea del nord stesse dicendo esattamente quello che l’occidente (e Trump) vuole sentirsi dire. Finita la festa, sarà il momento delle vere decisioni.

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