L'incubo dei venezuelani vittime del socialismo

Giulio Meotti

Roma. Il Venezuela è stato appena rieletto al comitato dell’Onu di diciannove paesi che sovrintende alle organizzazioni non governative dei diritti umani. Il regime di Maduro ha fatto valere il credito che mezza sinistra mondiale alla Michael Moore gli ha conferito. Caracas non aveva forse realizzato il “sistema sanitario più equo-solidale del mondo”, gratuito e per i poveri? Almeno nei programmi di Telesur, l’emittente del regime chavista. Ora però i malati venezuelani devono ricorrere alle medicine per i cani.

 

Lo racconta un articolo di Newsweek: “Le farmacie sono vuote, le strutture sanitarie si stanno sgretolando e i prezzi sul mercato nero sono proibitivi, così i medicinali per gli animali sono a volte l’unica risorsa per chi necessita di antibiotici e altri farmaci”. La Federazione farmaceutica del Venezuela stima nel paese una carenza dell’85 per cento di tutti i medicinali. Malattie come il morbillo e la difterite sono riapparse in gran numero a causa della mancanza di antibiotici e vaccini. “Un quinto del personale medico è fuggito” scrive il Council on Foreign Relations. Il Financial Times questa settimana sciorina altri dati da incubo. L’Onu denuncia che ogni giorno fuggono dal paese cinquemila persone. A questo ritmo quest’anno partirà il cinque per cento di tutta la popolazione. Non è sempre stato così. Per decenni, il Venezuela ha attirato immigrati, anche europei, con lucrosi stipendi nel settore petrolifero. Questo prima dell’avvento del socialismo, quando il Venezuela era il paese più ricco dell’America Latina. “Stiamo affrontando la più grande crisi dei rifugiati nel nostro emisfero nella storia moderna”, dice Shannon O’Neil del Council on Foreign Relations. Il numero di venezuelani in cerca di asilo è aumentato del duemila per cento dal 2014. Un recente sondaggio guidato dall’opposizione rileva che il 79 per cento degli ospedali venezuelani ha carenza di acqua corrente. I Doctors for Health Organization dicono che appena il dieci per cento degli ospedali ha sale di emergenza funzionanti. I tassi di Hiv e Aids sono a livelli mai visti prima. Il morbillo, sradicato in gran parte dell’America Latina, è riapparso. In tutti i casi registrati nella regione, tutti tranne tre vengono dal Venezuela. “Il tasso di mortalità infantile è alla pari con il Pakistan e il tasso di povertà con l’Africa subsahariana”, afferma Dany Bahar del Brookings Institution. Il 18 marzo il New York Times ha raccontato il ritorno della malattia dei poveri: la tubercolosi. Benché associata ai più indigenti, la tubercolosi ha cominciato a flagellare anche la classe media. “La tubercolosi è l’ombra della miseria”, ha detto il dottor José Félix Oletta, l’ex ministro della Sanità venezuelano. “Se c’è un indicatore di povertà, è la tubercolosi”. In due centri per la tubercolosi a Caracas, la percentuale di pazienti positivi alla malattia è aumentata del 40 per cento nell’ultimo anno.

 

Un rapporto della Human Rights Foundation rivela che i venezuelani hanno perso in media dieci chili a testa a causa della carestia. Secondo la Caritas, il 33 per cento dei dieci milioni di bambini venezuelani soffre di una “crescita ritardata”. L’iperinflazione sta uccidendo il paese. Un dollaro oggi vale 103 mila bolívar, la moneta nazionale. Una bottiglia di olio costa 748 mila bolívar, un chilo di formaggio due milioni di bolívar, un deodorante femminile 890 mila bolívar, due rotoli di carta igienica 390 mila bolívar e un paio di scarpe sei milioni di bolívar. Il salario medio del venezuelano è cinque dollari, poco meno di due milioni di bolivar. E della carne di manzo, neanche a parlarne. Carlos Albornoz, a capo della Federazione di allevatori del Venezuela, ha detto che rispetto al 2012, quando l’assunzione è stata di 23 chili di carne a testa all’anno, oggi il consumo è di quattro chili (in Italia la media è di 78 a testa). Hasta el socialismo siempre!

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