Starbucks, caffè corretto

Mattia Ferraresi

Starbucks è il colosso americano che ha globalizzato il caffè e una serie di iconici prodotti collegati, proponendoli in un format di consumo replicabile in ogni angolo del mondo, e presto, in autunno, anche in Italia, che finora ha autarchicamente resistito alle lusinghe della “Starbucks experience”. Non c’è sincero liberale che non aderisca alla missione civilizzatrice di un’azienda che certifica, con la sola presenza dei suoi store, l’appartenenza di una città o di un intero paese al consesso dei moderni. Oltre a essere un esempio eminente di successo corporate su scala planetaria, Starbucks ambisce anche al ruolo di leader morale e avanguardia della correttezza politica, come dimostrano gli ingenti investimenti sulla responsabilità sociale e l’insistenza sulla creazione di un clima antirazzista, antidiscriminatorio, antioppressivo e così via. Da qui il valore sacrale attribuito dal progressista collettivo a un’azienda che offre sentimenti ben levigati, non solo caffè.

 

Il 29 maggio tutti i punti vendita di Starbucks in America rimarranno chiusi per permettere ai 175 mila dipendenti di seguire una sessione di rieducazione razziale dopo un episodio capitato qualche giorno fa a Philadelphia. Due uomini afroamericani sono entrati da Starbucks e hanno chiesto di usare il bagno, senza consumare nulla; quando gli inservienti dietro il bancone hanno spiegato che la toilette era soltanto per i clienti, i due hanno dichiarato che non se ne sarebbero andati. Un dipendente ha chiamato la polizia, che con il solito, proverbiale tatto che contraddistingue le forze dell’ordine americane li ha ammanettati sotto gli occhi increduli dei presenti (e dei loro smartphone), alcuni dei quali domandavano “che cosa hanno fatto?”, senza ottenere risposta. La loro colpa, dicono, era soltanto quella di essere neri. Nei video che ritraggono la scena non ci sono strepiti, urla, alterchi, soltanto due uomini che vengono portati via per non aver fatto “assolutamente nulla”, come ha detto anche il capo della polizia della città, Richard Ross, che è afroamericano. Ross ha aggiunto anche che i suoi uomini sono stati chiamati, e dunque era loro dovere intervenire per rimuovere due soggetti che a quel punto erano colpevoli di “trespassing”.

 

Sradicare la discriminazione implicita

 

Per tutte queste circostanze il sindaco di Philadelphia, Jim Kenney, ha scaricato la responsabilità dell’accaduto non già sulle forze dell’ordine, ma sulla cultura dell’azienda, spiegando che le scuse tempestivamente presentate dal ceo, Kevin Johnson, non sono sufficienti a rimediare a un episodio che “esemplifica il significato della discriminazione razziale nel 2018”. Il sindaco, insomma, velatamente suggerisce che l’atto stesso di chiamare la polizia per risolvere la questione, a danno dei due giovani afroamericani, rivela le strutture mentali razziste che albergano nella mente di dipendenti che hanno bisogno di una immediata rieducazione. Probabilmente non sono coscienti della discriminazione che commettono, e proprio per questo nell’eccezionale giorno di chiusura, una misura senza precedenti per un’azienda di questo genere, verranno edotti riguardo al “razzismo implicito”, seguendo un manuale di correttezza aziendal-politica che era stato fin qui poco usato da Starbucks. O almeno così sostiene Howard Ross, autorità suprema dell’educazione alla diversity in azienda che fa consulenza a circa il 20 per cento delle compagnie “Fortune 100”. A lui si affida la compagnia che giusto qualche anno fa aveva goffamente proposto delle conversazioni a sfondo razziale fra baristi e clienti per generare empatia, e ora è assediata dalla polizia antidiscriminazione.

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