In Asia orientale si fa la storia, ma il Giappone è incastrato con Abe

Giulia Pompili

Roma. Il primo ministro Shinzo Abe è arrivato ieri a Mar-a-lago per un incontro istituzionale con il presidente americano Donald Trump. Un summit fuori programma, richiesto esplicitamente da Abe dopo l’8 marzo scorso, il giorno in cui un presidente americano, per la prima volta da quando la crisi nordcoreana è cominciata negli anni Cinquanta, ha detto di essere disposto a incontrare Kim Jong-un.

 

Nelle settimane successive alle Olimpiadi invernali del disgelo, mentre si muoveva frenetica la macchina della diplomazia, il Giappone di Abe – da sempre favorevole a una posizione di isolamento e “massima pressione” contro la Corea del nord – era rimasto fuori dai negoziati. Ma per Abe la questione nordcoreana è politicamente importante: è infatti puntando sulla minaccia missilistica e nucleare che il governo basa la sua strategia per la riforma costituzionale, soprattutto per la modifica dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, che proibisce a Tokyo di avere un esercito regolare. Inoltre, Shinzo Abe era vicesegretario di Gabinetto di Junichiro Koizumi, suo mentore politico, quando nel 2004 una delegazione del governo di Tokyo andò a Pyongyang per investigare sui cittadini giapponesi rapiti dai nordcoreani tra gli anni Settanta e Ottanta. Fu grazie a quella visita di quattordici anni fa (e della precedente, due anni prima) che il Giappone poté avere notizie di tredici delle diciassette persone che secondo il governo nipponico sono state rapite per ordine di Pyongyang. E grazie a quelle visite a cinque di loro e ad alcuni figli nati in Corea del nord fu permesso il rimpatrio in Giappone. Dal 2004, però, i negoziati tra Pyongyang e Tokyo sono sospesi. E la questione dei rapiti per Tokyo continua a essere strategica, tanto che è stata menzionata perfino da Donald Trump durante il suo discorso all’Assemblea dell’Onu, si mormora su richiesta esplicita dell’ufficio di Abe. Ma a quanto pare nessuno ha intenzione di metterla sul tavolo durante le trattative bilaterali con Kim. Del resto, nell’ultimo trimestre la Corea del sud ha iniziato a fare da sola, e il presidente sudcoreano Moon Jae-in è riuscito a innescare un meccanismo virtuoso di colloqui e aperture: Kim Jong-un ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping a Pechino, il 27 prossimo incontrerà Moon e forse – secondo un’indiscrezione pubblicata ieri dal quotidiano Munhwa Ilbo – le due Coree annunceranno la trasformazione dell’armistizio del 1953 in un vero trattato di Pace. Si fa la storia, insomma, e Shinzo Abe sembra sempre più marginale.

 

Ma non c’è solo la politica estera: il primo ministro giapponese, l’uomo che dal 2012 è riuscito a dare il Giappone un esecutivo quasi-stabile e una strategia economica tutto sommato vincente, è travolto in casa da una serie di scandali. Prima quello relativo alla costruzione del complesso scolastico Moritomo, con il terreno venduto dal governo alla scuola legata alla moglie del primo ministro a un prezzo irrisorio, e documenti ufficiali falsificati. Poi ci sono state nuove rivelazioni sulla scuola Kake, presieduta da un amico storico del premier. Due vecchi scheletri nell’armadio di Abe, tornati adesso sui giornali, a pochi mesi dall’elezione del nuovo leader del Partito liberal democratico. Secondo diversi osservatori, e secondo le parole dette pubblicamente da Junichiro Koizumi qualche giorno fa, è improbabile che Shinzo Abe possa essere rieletto per un terzo mandato a settembre, perdendo quindi il diritto di governare. Secondo un sondaggio dell’Asahi Shimbun, solo il 31 per cento dei giapponesi sostiene Abe, record negativo per il popolare primo ministro. Sabato scorso centinaia di persone hanno protestato davanti alla Dieta per chiedere le dimissioni del primo ministro. Sui giornali giapponesi è già in corso la lotteria sul nome del suo successore.

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