Sigonella è una crisi inventata

Gli Stati Uniti fanno attacchi aerei in Siria dal settembre 2014: è così che lo Stato islamico è stato battuto e cacciato dalla maggior parte del territorio che controllava. Per queste operazioni Washington ha molti punti di appoggio oltre alle truppe che operano in Siria: ci sono le basi in Qatar, in Iraq, in Giordania, in Turchia e il coordinamento con gli alleati della regione, a cominciare dai sauditi. Nel momento in cui l’Amministrazione Trump decide di fare il blitz di rappresaglia contro il regime di Damasco che usa armi chimiche in violazione del diritto internazionale, ha a disposizione un sistema militare già rodato, e le portaerei e le navi che stanno arrivando a sostegno – i missili con tutta probabilità partiranno da lì, a giudicare dalla corsa delle navi anche inglesi per raggiungere la posizione. E’ (anche) per questo che dire – come stanno facendo alcuni giornali – che la base italiana di Sigonella è cruciale nella prossima operazione militare o che anzi i tentennamenti italiani starebbero frenando lo slancio della rappresaglia e complicando la già difficile relazione tra americani e russi è quantomeno esagerato, se non ridicolo. Sigonella non è cruciale nel quadrante siriano per evidenti ragioni geografiche (è lontana) e se nei giorni scorsi i ricognitori americani sono partiti dalla Sicilia è soltanto perché Trump ha lanciato la sua sfida militare senza aspettare che tutti gli asset necessari fossero sul posto, e quindi le unità che di solito si occupano della Libia sono state mandate a dare un’occhiata alla Siria. Gli americani hanno bisogno di informazioni. Altrimenti un’operazione che Trump vuole chirurgica – contro la mania del gas dell’Animale Assad – rischia di diventare molto di più, e non lo vuole nessuno. Con Sigonella o senza Sigonella.

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