La Siria è il banco di prova della credibilità di Macron

Francesco Maselli

Parigi. Se, come sembra, esistono prove del coinvolgimento del regime di Bashar el Assad nell’attacco chimico che ha colpito venerdì la città di Duma, per Emmanuel Macron è arrivato il primo test in termini di credibilità internazionale. Appena eletto, il presidente aveva tracciato una linea rossa simile a quella di Barack Obama: se il regime utilizza armi chimiche, la Francia risponderà. “Credo sia chiaro che il presidente non avrebbe fissato un limite e non avrebbe reso una dichiarazione del genere se non avessimo la capacità di farla rispettare”, ha spiegato a Europe 1 il capo di stato maggiore, François Lecointre. La Francia può agire da sola? Sì, ma con poca efficacia. L’apporto degli Stati Uniti è fondamentale dal punto di vista operativo ed è per questo che il presidente francese, che andrà a Washington in visita ufficiale alla fine del mese, ha più volte parlato con Donald Trump al telefono durante il weekend e ha esercitato “grandi pressioni” sull alleato americano, come riporta il New York Times.

 

Gli Stati Uniti stanno valutando un possibile attacco, come dimostra il repentino cambiamento dell’agenda del presidente, che doveva essere in Perù alla fine di questa settimana ma resterà a Washington per seguire da vicino il dossier siriano; tuttavia non è ancora chiaro se deciderà di andare fino in fondo. Parigi sta quindi studiando un piano B. Macron non ha mai fatto mistero di voler tornare a pesare in Siria, dove i francesi sono tagliati fuori dalle operazioni sul terreno: con un’azione militare potrebbe rientrare in partita, anche se in modo molto limitato. Un attacco autonomo presenta però difficoltà logistiche rilevanti, come sottolinea il giornalista Jean-Marc Tanguy nel suo blog le Mamouth, molto informato sulla Difesa francese.

 

La prima possibilità è utilizzare le due basi stabili in medio oriente (in Giordania e negli Emirati arabi), dove sono di stanza i caccia Rafale che l’Armée utilizza per i raid contro lo Stato islamico. Però per decollare gli aerei hanno bisogno dell’assenso del paese ospitante e un’azione dei caccia francesi rischia di essere poco efficace, oltre che pericolosa. La presenza dei sistemi antimissilistici russi in Siria (gli S-400 e gli S-300) impone un accordo preventivo con Mosca, come dimostra il raid israeliano effettuato durante la notte tra domenica e lunedì: due caccia F-15 hanno colpito, dallo spazio aereo libanese, una base siriana nella provincia di Homs, uccidendo quattordici soldati di diverse nazionalità tra cui quattro iraniani. Degli otto missili lanciati, cinque sono stati intercettati.

 

La seconda è far decollare i caccia dal territorio nazionale, visto che la Charles de Gaulle, unica portaerei a disposizione, è in cantiere per un rinnovamento completo. L’operazione richiede un sostegno logistico importante, rifornimenti in volo e una grande potenza di fuoco per “saturare” il sistema antimissilistico nemico. Non è qualcosa che si organizza in poche ore.

 

La terza ipotesi prevede l’utilizzo delle fregate nel Mediterraneo. Le navi sono equipaggiate con nuovi missili da crociera navale, meno potenti dei missili Scalp in dotazione all’aeronautica, ma con un raggio molto più ampio (circa mille chilometri). Sono concepiti tuttavia quasi come arma di dissuasione: sono pochi e molto costosi. In più, Mosca ha già fatto capire che non starà a guardare: ieri pomeriggio un caccia russo armato è passato a pochi metri dalla fregata Aquitaine, una delle navi in grado di colpire la Siria, in una chiara manovra offensiva. Un avvertimento all’esercito e al suo capo, Emmanuel Macron. A questo avvertimento si aggiunge quello esplicito di Valery Gerasimov, capo di stato maggiore dell’esercito russo – “In caso di minaccia alla vita dei nostri soldati il nostro esercito prenderà misure di rappresaglia, sia nei confronti dei missili sia su chi li ha lanciati” – e il dispiegamento dei sistemi antimissile attorno al palazzo presidenziale di Assad, a Damasco.

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