Hannity afferra lo spirito del tempo e lo dà in testa a Kimmel

Mattia Ferraresi

New York. Attaccare un opinionista conservatore che con spirito insieme ossequioso e combattivo agisce da capo dei pretoriani di Donald Trump è un’operazione a costo zero e ricca di benefici. E’ una delle grandi eccezioni contemplate nell’epoca in cui tutti si offendono per tutto e qualunque osservazione critica si trasforma istantaneamente in “hate speech”, pratica legittimamente detestabile e dunque censurabile. I “deplorables” trumpiani e i loro testimonial non godono delle protezioni che i liberal elargiscono generosamente a chiunque altro: questo deve aver pensato il comico Jimmy Kimmel quando si è lanciato in una estenuante querelle con il “non-giornalista” Sean Hannity, anchorman di Fox News nonché coscienza televisiva del presidente. Uno strano cortocircuito culturale, figlio della dittatura dell’ipersensibilità e delle sue strumentalizzazioni, ha rovesciato addosso a Kimmel le sue stesse accuse velate di graffiante ironia, costringendolo infine alle scuse.

  

Tutto è cominciato la settimana scorsa quando in un segmento del suo show, Jimmy Kimmel Live, il comico ha preso in giro Melania Trump per il suo marcato accento slavo. Un uomo che sfotte una donna, per giunta la first lady, per la sua provenienza? In condizioni normali la duplice violazione di tabù è un peccato che rischia di mettere fine a una carriera, e Hannity ha fiutato subito la possibilità di smascherare l’ipocrisia degli avversari usando lo scivolone del comico a suo vantaggio. La sera stessa ha attaccato Kimmel nel suo programma, definendolo uno “spregevole disgraziato” e un “pagliaccio idiota”. Se io sono un pagliaccio idiota, ha replicato lui, “voi siete il circo degli idioti”. La polemica si è trasferita su Twitter, dove Hannity, in perfetto stile trumpiano, ha affibbiato a Kimmel il nomignolo di “Harvey Weinstein Jr.” e ha tirato fuori vecchi clip dei suoi show in cui fa battute a sfondo sessuale assai sconvenienti per i costumi neopuritani dell’epoca del #metoo. Kimmel è stato il maestro delle cerimonie dei primi oscar dell’era post Weinstein, incaricato di elogiare la statuetta perché contrariamente a molti di quelli che la vincono tiene le mani bene in vista e non può mostrare i genitali a nessuna, e dunque da questo punto di vista ha un curriculum immacolato. Il mattatore di Fox ha dragato gli archivi alla ricerca di prove per dimostrare che la sua ostilità verso Melania è frutto di un atteggiamento di superiorità nei confronti delle donne, e poco importa che Hannity abbia passato mesi a difendere Weinstein da eserciti di accusatrici iperboliche e ideologiche.

  

L’anchorman preferito di Trump ha afferrato lo spirito del tempo e lo ha usato come un manganello contro Kimmel, il quale, nella foga di contrattaccare, ha messo il piede in fallo un’altra volta: “Non ti preoccupare – continua pure a twittare – e tornerai sopra tutti (oppure Trump ti preferisce sotto?)”, ha scritto. E così dopo le battute sessiste e xenofobe, è arrivato il momento fatidico dell’omofobia. Perché mai un rapporto sessuale fra uomini dev’essere usato per esprimere una relazione di sudditanza, di potere? La comunità gay ha protestato indignata, un editoriale su Daily Beast ha dichiarato omofoba la battuta di Kimmel, la polizia del pensiero dei social ha castigato subito le celebrity che hanno provato a prendere le difese del comico, il quale è stato inondato da minacce e ha infine presentato le sue scuse formali: “Mi sono reso conto che il livello di vetriolo in tutte le parti coinvolte (io e la mia parte incluse) non produce niente di buono e, anzi, fa male al nostro paese”, ha scritto Kimmel, vittima collaterale del meccanismo delle accuse contro Trump.

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