Il lutto di Parigi e i simboli della ragione

Giuliano Ferrara

Il Presidente di tutti, l’Abate della casa confessionale di Arnaud, il Gran Maestro della sua Loggia, la sua Gendarmeria con il chepì, visiera e cilindro, la Légion d’Honneur alla memoria, gli applausi affettuosi nella pioggia rada e insistente dei liceali e dei parigini del Quartiere Latino, dove cinquant’anni fa i gendarmi erano odiati come le SS e ora Arnaud Beltrame, francese di razza con cognome italiano di origini medievali, è un eroe, tra biblioteche, antichi collegi, chiese pascaliane, il Panthéon, il cortile della tomba dell’Empereur con il sofisticato protocollo repubblicano e militare dell’omaggio nazionale; e poi nel pomeriggio a Place de la Nation la marcia bianca per una vecchia ebrea, Mireille Knoll, massacrata e bruciata nel suo appartamento, in una casa popolare e multiculturale dell’XI arrondissement, da due ceffi ubriachi che si rimpallano la loro disgrazia e l’accusa atroce, tra furti, stupri e sospetto di antisemitismo, come un anno fa era stata defenestrata un’altra vecchia ebrea, Sarah Halimi, al grido Allahu Akbar. Parigi ieri non era una città, era una foresta di simboli dell’odio, dell’amore, del sacrificio, della decenza, del servizio patriottico, della Shoah come memoria insepolta, del jihad, dell’unione nazionale, della resistenza al “relativismo rassegnato” di cui ha parlato Macron e dello smarrimento, in particolare degli ebrei che vivono spesso nella paura. Troppo, decisamente troppo.

 

Eppure doveva essere la stagione dell’ottimismo, della ragionevolezza, di una tollerante ma ferma restaurazione dell’autorità repubblicana sciupata da élite insicure e fragili, di destra e di sinistra, e ripresa in mano da un capo uscito dall’establishment liberale di stato che sa dove andare con il suo europeismo che protegge e cambia e i suoi cantieri di riforma dell’ossatura della nazione. Macron è stato all’altezza delle sue stesse parole, e del linguaggio della cerimonia di commiato, non ha rintuzzato gli assalti politici della destra di opposizione, ha esercitato con equilibrio il suo diritto alla retorica repubblicana e il suo dovere, è stato radicale nella denuncia del “nichilismo dell’Idra islamista” e nel disprezzo dell’amore per la morte dei jihadisti, tutto molto dignitoso e suffragato dalla strepitosa eloquente compostezza della famiglia cattolica dell’eroe cristiano. Le religioni in quanto tali sono rimaste fuori dallo spartito, solo il rintocco del bourdon di Nôtre Dame ha dato un tocco liturgico all’avvio del corteo e della cerimonia laica nel pieno della Settimana santa, ma si sa, su queste cose il potere in Francia va con i piedi di piombo, per ragioni storiche e ideologiche profonde.

 

Nonostante il buon lavoro dei servizi e l’inserzione nel diritto comune di molte misure da stato d’emergenza, realizzato nello scorso autunno, il compagno segreto dell’angoscia dei francesi, colpiti stavolta in un piccolo paese meridionale dell’Aude, nemmeno 3.000 abitanti, è il “passaggio all’atto”. Quanti sono, chi sono e che cosa fare delle migliaia di indiziati e schedati nel milieu della radicalizzazione islamista, musulmani nati qui e virtualmente integrati nella società come cittadini titolari di diritti? Macron sa di vivere tra due fuochi: la semplificazione con le sue vie spicce, ovviamente popolare, e la caparbia correttezza politica “antirazzista” che individua nella colpa coloniale dell’occidente e nell’islamofobia i suoi capri espiatori. Risponde per adesso con atti ragionati, costanti, prudenti ma severi e autorevoli, e con lo stile, con un’accorta amministrazione dei simboli laici di unione patriottica, una strategia inevitabile che ha molti limiti. Resi evidenti dalla bella e tristissima giornata di ieri.

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