Corbyn fa della ambiguità la sua strategia. Anche con l’antisemitismo

Paola Peduzzi

Roma. “Enough is enough”, ne abbiamo avuto abbastanza, e la piazza davanti al Parlamento inglese si è riempita ieri prima del tramonto per protestare contro l’antisemitismo del Labour di Jeremy Corbyn, “for the many but not the jews”, come scandivano alcuni parafrasando il mantra corbyniano. Alla protesta si sono presentati anche alcuni deputati laburisti, ala moderata, che per quanto stiano tentando di trovare un compromesso con il leader Corbyn – soprattutto se è vero che è così popolare e potrebbe riportare il partito al potere alla prossima tornata elettorale – non riescono a digerire questa sua ambiguità fattasi strategia. Passi la Brexit, che è un problema sì dirimente ed enorme, ma è anche complicato e multiforme: si può ogni tanto navigare a vista, lo fanno tutti, pure il governo. Ma l’antisemitismo è un’altra questione, valoriale, fondativa, non si possono avere dubbi o cautele o sfumature, la zona grigia non dovrebbe proprio esistere. Corbyn pretende di navigare a vista anche qui, ammette che ci sono “sacche” di antisemitismo nel Labour e che la sua condanna è ferma, come è ferma nei confronti di tutte le forme di razzismo, ma tra equiparazioni e soluzioni caso per caso, la faccenda riemerge di continuo. Spuntano dal suo passato commenti controversi assieme ad altrettante controversie di colleghi laburisti, che vengono di volta in volta sospesi o ridimensionati, però una commissione interna al Labour ha stabilito che un po’ di antisemitismo esiste, certo, ma non si tratta di un fattore endemico.

  

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E’ un problema vostro, degli anticorbyniani, insomma. Si ripete un copione già visto, talmente prevedibile e banale che si sa già come va a finire la storia (da nessuna parte). Non esistono argomenti e argomentazioni, chi attacca Corbyn è un suo nemico, lo vuole sminuire, indebolire, è tutta tattica e niente valori, non c’è contenuto c’è solo forma – e c’è già un hashtag di battaglia, troppo lungo per poter durare nel tempo, che dice #PredictTheNextCorbynSmear, provate a prevedere quale altra campagna denigratoria riusciranno a inventarsi i nemici di Corbyn, spaventati dalla sua popolarità. 

 

Le accuse a Corbyn sono state elencate dal Jewish Leadership Council e dal Board of Deputies of British Jews, che hanno organizzato la protesta di ieri fuori dal Parlamento, in una lettera aperta pubblicata domenica. I due gruppi dicono che il leader laburista non ha certo inventato questa politica, ma “oggi personifica i problemi e i pericoli” legati all’antisemitismo. L’ultima controversia risale a venerdì, quando è rispuntato dal passato (era il 2012) un commento di Corbyn a favore di un murales dipinto allora nell’East End in cui un gruppo di banchieri giocava a monopoli sulle schiene nude di uomini accucciati: l’autore americano aveva detto che era contro i ricchi e il mondo della finanza, ma già allora la caratterizzazione ebraica dei protagonisti era stata all’origine di una campagna per rimuovere il murales. Corbyn si è scusato, ma in modo poco convincente, come già accaduto qualche settimana fa quando si scoprì che su Facebook il leader del Labour faceva parte di due gruppi (ora sono tre) in cui circolavano teorie del complotto con chiare tonalità antisemite. La polemica non fece molto clamore perché le prime pagine erano occupate da una ex spia ceca che diceva che il giovane Corbyn aveva lavorato per il regime sovietico, ma la risposta del leader laburista fu comunque piuttosto deprimente: sono dentro a questi gruppi Facebook, ma non ho mai incontrato nessuno dei membri.

 

In concomitanza con la protesta, il Labour ha pubblicato una risposta alla lettera, in cui ribadisce la propria posizione di condanna, e ha avuto molto spazio, nel dibattito social, un elettore ebreo del Labour che dice di piantarla con queste accuse infime. Ma per estirpare questa discussione ci vorrebbe un cambiamento di prospettiva non soltanto di Corbyn, ma anche dei suoi fedelissimi e di quel leader sindacale che dice alle piazze; l’antisemitismo è solo un motivetto che ogni tanto ci cantano dietro, stiamo fermi che passa.

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