La crisi del Perù è lo specchio di due mali che affliggono il Sudamerica

Maurizio Stefanini

Roma. Il Perù è un paese che cresce a livelli record, ma tutti i suoi presidenti eletti dal 1990 in poi sono finiti nei guai della giustizia, compreso l’ultimo, Pedro Pablo Kuczynski (Ppk), che si è ora dimesso. Parlando con il Foglio, Álvaro Vargas Llosa commenta questo paradosso con toni amari: “Il Perù cresce perché nell’ultimo quarto di secolo è stato uno dei paesi che più ha aperto la sua economia e che ha saputo mantenere questo orientamento in democrazia. Ma la crescita è già rallentata di molto da alcuni anni. Il divorzio tra una politica da quarto mondo e una economia da secondo mondo è un fenomeno molto interessante. La domanda è se, alla lunga, l’economia sopporterà tanto sottosviluppo politico”.

 

Figlio del Premio Nobel per la Letteratura e noto intellettuale liberale peruviano Mario Vargas Llosa, Álvaro Vargas Llosa è a sua volta un politologo e uno storico. Il suo è anzi tutto un commento sulle dimissioni di Kuczynski, tecnocrate liberale che per sbarrare il passo a Keiko Fujimori aveva ottenuto il voto della sinistra e l’autorevole appoggio di suo padre. Proprio Mario Vargas Llosa, però, era stato il primo firmatario di un appello di intelllettuali per chiedere a Ppk, come i peruviani lo chiamano, di andarsene. Coinvolto in uno scandalo di tangenti dal gruppo brasiliano Odebrecht, per scampare a un impeachment il presidente aveva infatti concesso la grazia a Alberto Fujimori, in cambio dell’appoggio di una parte dei deputati fujimoristi. Questa mossa spregidicata ha spaccato il partito fujimorista, tra il figlio maschio Kanji protagonista dell’accordo e la figlia femmina Keiko; ma ha fatto pure infuriare gli elettori di Ppk.

 

“Mercatilismo” è la parola chiave con cui un certo tipo di relazioni pericolose tra politica e economica in America Latina erano state definite da Álvaro Vargas Llosa già negli anni Novanta, in libri e programmi tv in cui aveva indagato le relazione tra le ideologie stataliste di oggi e quell’ideologia seicentesca che era stata alla base dell’impero coloniale spagnolo e anche della sua rovina, e che però in America latina è stata conservata come in una nicchia ecologica. “Il mercantilismo – spiega al Foglio – è quel sistema in cui il successo economico è determinato dalla vicinanza al potere. Manca quella separazione tra lo stato e il mondo degli affari, che dovrebbe essere netta come quella tra lo stato e le chiese. Il populismo è un sistema in cui la relazione tra il caudillo e il ‘popolo’ prende il posto delle istituzioni: tanto politiche quanto economiche o di altro tipo. Nella misura in cui lo stato è determinante per la vita economica in entrambi i casi, il mercantilismo e il populismo hanno molto in comune. L’America latina ha avuto tradizionalmente sistemi mercantilisti, che dagli anni ’30 in poi hanno iniziato a essere allo stesso tempo anche mercantilisti”.

 

Tra mercantilismo e populismo, è dal 1990 che tutti i presidenti eletti in Perù finiscono male. Primo della serie Alberto Fujimori: agronomo di origine giapponese eletto col voto della sinistra proprio per sbarrare il passo alla candidatura liberale di Mario Vargas Llosa. Indubbiamente popolare per le sue vittorie sull’inflazione e sul terrorismo di estrema sinistra ma al contempo autocrate corrotto, fu costretto alle dimissioni nel 2000 da uno scandalo di intercettazioni e dalla protesta popolare. Condannato nel 2009 a 25 anni di carcere per corruzione, poi elevati a 32, è stato però graziato a dicembre da Kuczynski. Dopo Fujimori ci fu fino al 2006 Alejandro Toledo, “l’indio di Harvard”: economista e primo presidente di origine indigena eletto nelle Americhe. Anche lui inquisito per le tangenti del gruppo brasiliano Odebrecht, è ora esule negli Stati Uniti: il Perù ne ha appena chiesto l’estradizione.

 

Nel 2006 arrivò Alan García, del partito populista-socialdemocratico Apra. Vargas Llosa, che era sceso in campo nel 1990 contro il populismo del suo primo mandato, lo appoggiò contro Ollanta Humala, ex militare protagonista di un tentativo di insurrezione contro Fujimori, poi divenuto leader della versione peruviana del chavismo. García governò in chiave moderata, ma anche lui è ora sotto indagine per appropriazione illecita e riciclaggio. Nel 2011 fu Ollanta Humala ad essere eletto con l’appoggio di Vargas Llosa padre contro Keiko Fujimori, e a fare a sua volta una svolta moderata. Da 18 mesi è in detenzione preventiva, con l’accusa di riciclaggio e associazione a delinquere. Da ultimo il caso Kuczynski. Particolarmente devastante, dopo che Ppk, con l’argentino Macri, era sembrato l’alfiere di una specie di “primavera liberale”.

 

“Non c’è mai stata una primavera liberale in America latina”, precisa però Álvaro Vargas Llosa. “C’è stato soltanto un fallimento del populismo e una sua sostituzione con governi distinti. Alcuni con tendenza liberale ma che devono ancora dimostrare se sono effettivamente all’altezza della loro retorica. In Argentina ci sono cambi interessanti. In Brasile ci sono state alcune riforme, malgrado l’impopolarità del presidente Temer. In Cile la vittoria di Piñera promette qualcosa di simile. In Ecuador quel che fa Lénin Moreno è interessante, ma deve ancora dimostrare che il suo orientamento economico sia tanto audace come la sua rottura politica con Correa”.

 

Il caso Odebrecht è un cancro che sta devastando l’intera America Latina: le sue origini sono nel Brasile di Lula. Proprio Álvaro Vargas Llosa era stato tra coloro che all’interno dei governi dell’ondata a sinistra latinoamericana ha distinto tra una sinistra “carnivora” di vecchio stampo e una sinistra “vegetariana”, pragmatica e in grado di accompagnare la crescita. Il più illustre “vegetariano” era Lula. Che dice ora della sua parabola? “Bisogna concludere che Lula è stato un vegetariano apparente. Nella pratica il suo sistema è stato populista e mercantilista, con una spesa pubblica smodata e una politica di favori politici in cambio di favori economici. Il risultato è il disastro che possiamo vedere”.

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