Sarkozy ci ha fatto ridere. Ma adesso ci fa sospirare

Giuliano Ferrara

Ci sono nella storia di Sarkozy ombre lunghe. Quando derise il capo del governo italiano lo punimmo come potevamo, contro-irridendo con una manifestazione sotto l’ambasciata francese a Roma questo iperattivo De Funès di provincia, già avvocato di Berlusconi, che si era messo a fare il presidente francese con gli sganasciamenti per colpire il suo vecchio committente. Ma qui c’è poco da ridere. Sarkozy aveva appena finito di fare l’elogio dell’uomo forte, presentando a modello della politica postdemocratica e postliberale uomini del destino come Putin, Xi Jinping e l’Emiro di Abu Dhabi che l’ospitava, con parole fronteggiate da uno strano fallo di reazione nell’opinione: il silenzio. Sarkozy considera perfino Trump un politico troppo impacciato da indagini, elezioni di medio termine e altri contrappesi per la prospettiva di un solo o al massimo di due mandati, a fronte delle epoche felici di dominio a Pechino e al Cremlino. Maturava intanto il suo arresto provvisorio, con interrogatorio di 48 ore, nel quadro di un’indagine di cinque anni sui finanziamenti libici alla sua campagna elettorale del 2007 e ai suoi uomini.

 

Cinque anni di testimonianze d’accusa, documenti sequestrati, atti finanziari dubbi nel suo partito di allora, con circolazione di moneta, e compravendite giustificate maluccio dal suo numero due Claude Guéant, ma sopra tutto con intimidazioni, attentati a persone implicate nell’accusa, morti misteriose. Al quadro assai fosco bisogna aggiungere quel che tutti sanno. Sarkozy fu tra gli amici di un dialogo privilegiato con Gheddafi, con tanto di tenda nel parco, fu concorrente di interessi dell’Italia in Libia con la sua politica mediterranea; fu attore qualche anno dopo, anzi generatore e trascinatore, della infausta guerra di Libia e della caccia personale a Gheddafi, l’uomo che non doveva sfuggire alle grinfie di servizi e soldati della République, e non sfuggì, fu lapidato sul posto appena rintracciato. Delle conseguenze di quel ciclo bellico, stolidamente avallato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia, non c’è molto da dire, sono sotto gli occhi di tutti da anni, e ammutoliscono nel grottesco il plauso che anime belle internazionaliste e altri ingenui tributarono a quell’epopea disgustosa.

 

Per l’episodio di giustizia vale il garantismo con la presunzione di innocenza, e il potere d’altra parte non è mai innocente sul piano storico, nemmeno quello democratico, ma la teoria dell’uomo forte fa riflettere. George Clemenceau, detto il Tigre, l’uomo che portò la Francia alla vittoria nella Grande guerra dopo giorni scurissimi, a forza di volontarismo e di intransigenza ma sempre nel rispetto del Parlamento, irrideva il presidente Poincaré dicendo che era “la perfetta imitazione di un vivente”. Beato il paese che è popolato da simili imitazioni, verrebbe da dire. Il mondo del XXI secolo non è precisamente orientato e manipolato da Cambridge Analytica, come sembrerebbe a esaminare le truffe dei Big Data dopo lo scandalo, tende piuttosto a riprodurre schemi di potere molto novecenteschi, e la nostalgia identitaria che sta al fondo dei nazionalismi e delle incuranze verso lo stato delle democrazie europea e americana si esprime appunto nel richiamo dell’uomo forte. Eppure dilagano in tutta la loro semplificatrice bruttezza le tecniche del kompromat, il ricatto, il Little Data delle feste di Miss Universo a Mosca, di cui ha parlato l’ex capo della Cia Brennan a proposito di Trump; e il delitto politico, la soppressione del nemico-traditore, non è mai stato così in voga, non solo in Cina, non solo in Russia, non solo a Istanbul. Ecco, anche il caso Sarkozy, preso come modello storico di un potere che esonda dal decisionismo e si trasforma in qualcosa d’altro e di allarmante – e che la giustizia faccia il suo corso – ci ha fatto irridere, poi ci ha fatto ridere, adesso ci fa sospirare.

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