Trump contro Mueller

Mattia Ferraresi

New York. Di buon mattino Donald Trump ha segnalato su Twitter, con abbondanti punti esclamativi, l’imminente segmento di Fox News condotto da Sean Hannity, opinionista di riferimento nonché portavoce ufficioso degli umori trumpiani. Parlando dell’ennesima tempesta scatenata nel fine settimana attorno alla posizione dello special counsel, Robert Mueller, Hannity ha espresso un certo scetticismo verso la linea aggressiva che ha ripreso vigore: “Forse se fossi un consigliere del presidente gli direi ‘lascia che l’indagine vada avanti’. Stiamo probabilmente arrivando alla conclusione, se dovessi tirare a indovinare. E sarebbe nel suo interesse non commentare”. Pochi minuti più tardi, il presidente ha fatto sapere di non voler seguire il consiglio dell’anchorman: “Una caccia alle streghe totale con massicci conflitti di interesse!”. E’ il coronamento di giornate di fuoco in cui ha ripreso quota l’ipotesi, sempre al confine fra la boutade e l’intimidazione, di licenziare il procuratore speciale che indaga sulle connessioni con la Russia, e nel suo meticoloso procedere ora ha messo nel mirino anche la Trump Organization. Il presidente ha scritto che “l’indagine di Mueller non sarebbe dovuta mai cominciare, perché non c’era nessuna collusione e nessun crimine. Era basata su un finto dossier pagato dalla corrotta Hillary e dal Partito democratico, usato impropriamente nei tribunali Fisa per sorvegliare la mia campagna. Caccia alle streghe!”. Il clima si è arroventato anche per il licenziamento dell’ex numero due dell’Fbi, Andrew McCabe, con cui il dipartimento di Giustizia ha rescisso ogni rapporto poco prima che maturasse la pensione. 

 

Trump ha applaudito sguaiatamente la decisione: “Andrew McCabe licenziato, un grande giorno per gli uomini e le donne che lavorano duramente all’Fbi, un grande giorno per la democrazia”, ha scritto il presidente, mentre emergevano i racconti dei memo stilati da McCabe sulle conversazioni con il presidente, altro materiale per l’inchiesta di Mueller. Uno degli avvocati di Trump, John Dowd, ha incautamente dichiarato che “prega che il procuratore generale incarico Rosenstein segua il brillante e coraggioso esempio di Jeff Sessions e ponga fine all’indagine sulla collusione con la Russia inventata dal capo di McCabe, James Comey, basandosi su un dossier farlocco e corrotto”, e ne è seguita una goffa retromarcia nel tentativo di distinguere le opinioni personali dai suggerimenti legali offerti al proprio cliente. Ma la macchina a trazione social che ciclicamente propone la minaccia del licenziamento di Mueller come diversivo e arma di distrazione di massa era ormai avviata. La ragione di questa particolare esplosione ha a che fare, come spesso capita, con il delicato equilibrio umorale e psicologico di Trump, che nelle ultime settimane si è liberato da alcune delle figure più capaci di contenere le sue intemperanze e moderare le sue inclinazioni. Hope Hicks, protagonista di un ritratto sul New York Magazine che è anche un saggio sulla cultura della Casa Bianca, era la più abile nel disinnescare gli eccessi trumpiani; Gary Cohn, dimissionario consigliere economico, aveva doti simili nel suo ambito; John Kelly, il capo di gabinetto in caduta libera, aveva costruito attorno a lui quella che alcuni chiamano una “prigione”. Liberato dalla prigionia del buonsenso dei suoi consiglieri, Trump si è lasciato andare contro il nemico dei nemici, il procuratore speciale, cosa che ha messo sull’attenti anche il Partito repubblicano.

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