Il fardello post coloniale

Raffaele Alberto Ventura

Per capire a che punto è oggi il dialogo tra l’Africa e l’Occidente basterebbe forse andare al cinema a vedere Black Panther. Il film dei Marvel Studios mostra di padroneggiare perfettamente i grandi temi del dibattito mediatico più “politicamente corretto” ma sul fondo anche quelli del dibattito geopolitico, tenendoli assieme in un rapporto stupendamente ambiguo. Ambiguo perché il film, colpo di scena, porta avanti un discorso fondamentalmente “neocoloniale”. Certo si tratta di un neocolonialismo che ha assimilato i frutti della riflessione postcoloniale, lo stesso mix che si sente oggi nei discorsi di Emmanuel Macron. Black Panther ha tutto per sedurre il pubblico liberal con la sua fiera rivendicazione del patrimonio culturale africano e il rifiuto di ogni narrazione miserabilista. Ma dietro a tutta questa scenografia seducente, cosa troviamo? La tesi di Black Panther è che le nazioni avanzate come “Wakanda” devono guidare le altre sulla via del progresso, per evitare che queste soffrano e covino un terribile risentimento. Morale curiosa, per un film che partiva spedito sui binari del bon ton postcoloniale. Il fardello di Wakanda, in questo senso, assomiglia molto al vecchio fardello dell’uomo bianco. E in un ideale rovesciamento retorico il paese africano finisce per apparire come una metafora dell’Occidente, con i suoi valori universali, le sue tecnologie salvatrici e i suoi dubbi amletici.

 

Il film “Black Panther” ha tutto per sedurre il pubblico liberal, ma la tesi di fondo assomiglia molto al vecchio fardello dell’uomo bianco

Black Panther segnala gli sforzi fatti dall’Occidente per trovare una nuova sintesi tra i suoi valori umanitari e i suoi interessi egemonici. Da questo punto di vista si tratta di un film perfetto perché riesce in un’operazione ideologica che risulta molto più difficile agli uomini politici occidentali. Basti pensare alla sfortuna di Macron, che nei suoi viaggi in Africa ha collezionato una serie di gaffes. A luglio 2017, parlando per l’Africa di una “sfida civilizzazionale” è riuscito a indignare i professionisti del postcolonialismo, particolarmente sensibili a tutto ciò che potrebbe suonare paternalista. La verità è che, su queste faccende, come fai sbagli: il debito simbolico dell’Occidente nei confronti del Terzo Mondo è sempre lì che aleggia come un fantasma nella stanza, e nessuna frase è davvero innocente se pronunciata dal presidente francese rivolgendosi agli abitanti delle sue antiche colonie. Deciso a imparare dai suoi errori, a fine novembre 2017 Macron si è presentato di fronte a un pubblico di studenti del Burkina Faso con le migliori intenzioni e il chiaro proposito di evitare l’ennesimo scivolone. Cosa poteva andare storto? Sono bastati pochi minuti per trasformare un’uscita che voleva essere “colonialmente corretta” in quello che i media francesi hanno interpretato come un tragicomico incidente diplomatico: Macron spiegava che i problemi degli africani, per cominciare dal pessimo stato delle infrastrutture, li devono risolvere i politici africani e non quelli francesi; e per esemplificare ha pensato bene di affermare che il suo omologo africano, il presidente Christian Kaboré, era uscito dalla sala per “riparare l’aria condizionata”. Chi può dire se questa battuta, rivolta magari a un Trump o a una Merkel, sarebbe passata inosservata? Certo è che in un contesto così palesemente asimmetrico è sembrata ad alcuni un segno di mancanza di rispetto. Non proprio un ottimo inizio per quella che doveva essere la prima tappa di un viaggio per promuovere il nuovo Piano Marshall europeo per l’Africa, proseguito in questo mese di febbraio 2018 con i suoi viaggi in Tunisia e in Senegal. Anche perché proprio mentre rivendica l’autonomia degli africani, il presidente impegna quattromila soldati contro i jihadisti nella regione del Sahel. Come risultare credibile? Se Libération ha parlato di un “eccesso di buona volontà” che rischia di irritare, Die Welt ha descritto come “nebulosi” i bei propositi del presidente francese.

 

Africa, anno zero

 

Il dialogo tra i due continenti è punteggiato di simili gaffe, malintesi, complessi di superiorità e sensi di inferiorità. Dietro all’Europa che dichiara di voler aiutare l’Africa s’intravede la lunga mano di una potenza eternamente coloniale che vorrebbe continuare a sfruttarla, ma dietro all’Europa che invece vorrebbe lavarsene le mani si sospetta un continente egoista che rifiuta di pagare i suoi debiti storici. Esiste una terza via? Certo è che non basterà fare un gigantesco disinteressato bonifico per deviare l’Africa dalla sua traiettoria, infelice eredità dell’imperialismo otto-novecentesco. L’Europa può mettere la testa sotto la sabbia, cioè distribuire a pioggia aiuti per lo sviluppo mentre tenta di manipolare sottobanco la politica africana come ha fatto per anni, ma prima o poi sarà comunque costretta a fare i conti con questi fantasmi: sviluppo o non sviluppo, egemonia o indifferenza? Nel frattempo, la Cina investe massicciamente sul continente e centinaia di migliaia di africani sbarcano sulle coste europee. Nell’aprile del 2017, il governo italiano aveva per l’appunto proposto ai partner europei il suo “Migration Compact”, attraverso un documento nel quale si sosteneva che la crisi migratoria poteva essere risolta soltanto con un “Fair Grand Bargain” con le potenze africane, mirato ad accompagnarne lo sviluppo economico. Un piano Marshall, appunto.

 

Parlando per l’Africa di una “sfida civilizzazionale” Macron ha fatto indignare i postcolonialisti. La verità su queste cose è che come fai sbagli

Il precedente storico invocato dai policy maker europei dovrebbe servire ad aggirare le accuse di neocolonialismo perlomeno promettendo agli africani una situazione win-win: chi mai potrebbe lamentarsi dei benefici materiali del Piano Marshall originale? Alla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa non aveva di fronte soltanto una sfida economica ma, per citare Macron, una vera e propria “sfida civilizzazionale” — ovvero una sfida che coinvolgeva le istituzioni (da rinnovare totalmente), le culture (da pacificare) e le società (da adattare agli sconvolgimenti tecnologici in corso). Dopo un’entrata irruenta nella modernizzazione sotto l’ombra dei fascismi e nell’impossibilità di tornare al piccolo mondo antico delle carrozze coi cavalli, le nazioni sconfitte erano chiamate a ripensare da capo persino le proprie religioni civili, dotandosi di nuovi miti e nuove aspirazioni. Secondo un grande regista la Germania, che pure aveva una storia secolare, era in quel momento al suo “anno zero”. Gli Stati Uniti pilotarono questa transizione con una montagna di soldi, una massiccia propaganda ideologica e pesanti ingerenze politiche. Nessuno credeva, per cominciare dal segretario di Stato statunitense George Marshall, che sarebbe bastato firmare un assegno in bianco ai governi per rimettere l’Europa sui binari dello sviluppo capitalistico. Eppure gli Usa avevano terribilmente bisogno che questo accadesse, perché la loro economia straripava di merci da vendere: avevano bisogno, insomma, di una zona d’influenza (qualcuno direbbe “colonia”) con cui intrattenere relazioni commerciali privilegiate.

 

Le finalità del progetto europeo per l’Africa sembrano essere precisamente le stesse del vecchio piano americano, cioè appunto: consolidare una zona d’influenza con cui intrattenere relazioni commerciali privilegiate. Ma dunque come aggirare lo spettro del colonialismo, come scacciare via dal dibattito questa parola odiosa che né l’opinione pubblica europea né tantomeno quella africana vuole più sentire? Il glorioso precedente storico serve innanzitutto a rassicurare sul fatto che ci saranno vantaggi per entrambe le parti, e i documenti ufficiali (a partire da quello emesso dal ministero tedesco per la cooperazione economica) insistono in maniera forzata sull’assenza di vincoli politici e culturali tra le parti. Il nome esteso del programma parla di un piano “mit Afrika” e non “für”, non un piano per l’Africa ma un piano assieme all’Africa. Non è difficile leggere tra quelle righe dei riferimenti espliciti alla lingua del politicamente corretto sviluppista, che prende atto della teoria della dipendenza elaborata dai sociologi sudamericani e abbraccia la prospettiva della self-reliance (autodeterminazione). E’ proprio questa prospettiva che Emmanuel Macron, in maniera un po’ brusca, traduce in parole ogni volta che invita gli africani a prendere in mano il proprio destino. In un certo senso è proprio l’apparente rifiuto dell’eredità coloniale il fondamento condiviso di questa nuova relazione. Potremmo chiamarlo il paradosso del fardello postcoloniale: colti dal senso di colpa (non sempre sincero) per avere devastato il “continente nero” nel corso dei secoli, gli occidentali sembrano sentire l’obbligo di saldare il loro debito. Ma è davvero possibile saldarlo senza ricostituire un rapporto di tipo coloniale? In un articolo pubblicato sull’Atlantic nel 2012, lo scrittore Teju Cole denunciava un “White-Savior Industrial Complex”.

 

Costi politici e costi culturali

 

Un’ampia letteratura si è impegnata a smentire la fiducia ingenua nell’altruismo delle politiche di sviluppo, come ad esempio il libro “Aid as imperialism” di Teresa Hayter” (1971) o l’articolo “The context of foreign aid: modern imperialism” di Lynn Richards (1977) che descriveva gli aiuti allo sviluppo come “un metodo attraverso il quale il capitalismo viene internazionalizzato”. Economisti di scuola marxista come l’egiziano Samir Amin e il sudafricano Hosea Jaffe, negli stessi anni, denunciavano i paradossi dello sviluppismo e il ruolo del Terzo Mondo nel processo di accumulazione precapitalistica su cui si fonda l'egemonia occidentale.

 

In effetti le grandi questioni che iniziano a porsi negli anni Settanta sono di tre ordini. Primo: è possibile parlare di “sviluppo” senza parlare implicitamente di “sviluppo capitalistico”? Nel dubbio, e per non offendere nessuno con metafore evoluzionistiche, si preferisce oggi ricorrere al concetto più neutro di “lotta alla povertà”. Ma fuori dalla cosmesi linguistica come si combatte la povertà senza sviluppo, come si nutrono sette miliardi di persone senza qualche forma di capitalismo industriale? Soltanto nella finzione di Black Panther può bastare lo sfruttamento del vibranio, il metallo più prezioso del mondo. Secondo: è possibile ottenere questo sviluppo senza dunque modificare profondamente le culture, trasformarle “in senso capitalistico”, dotarle delle strutture politiche più adatte, farle assomigliare sotto certi aspetti a quelle già incamminate sul percorso di ciò che W. W. Rostow chiamava “gli stadi dello sviluppo”? E’ il paradosso di cui parlò tra i primi Bert Hoselitz nel 1960 in “Sociological aspects of economic growth”. Potremmo parlare qui di un costo culturale. E terzo: questa trasformazione culturale non vincola di conseguenza la regione all’egemonia della regione da cui riceve l’influenza? Potremmo parlare qui di un costo geopolitico.

 

Nelle sue forme più radicali, alimentate dal pensiero post-strutturalista, la critica dell’imperialismo passa anche dal rifiuto della scienza occidentale, dai diritti umani fino alla logica aristotelica. La questione è se sia possibile uno sviluppo indipendente dai valori che identifichiamo con la cultura occidentale moderna, ma che in fondo sono soprattutto i valori di un modo di produzione giunto a un certo suo stadio di sviluppo. E’ il paradosso del concetto di “modernizzazione”, con la connotazione evoluzionista che porta con sé. Il problema dei costi politici e culturali dello sviluppo si ripropone a ogni livello, in ogni luogo, ogni volta che si presenta un rapporto tra centro e periferia. Noi cittadini del Sud Europa conosciamo bene la “questione meridionale”, che oggi non riguarda più solo gli squilibri a livello nazionale ma anche quelli sulla scala dell’intero continente. La famigerata lettera della Bce al governo Berlusconi nel 2011 indignò gli italiani perché metteva nero su bianco la necessità di adattare la struttura istituzionale italiana alle esigenze del sistema ordoliberale europeo.

 

Oggi si parla di uno “Structural reform support programme” che mobiliterà entro il 2020 un budget di 143 milioni di euro per accompagnare gli stati membri sul sentiero delle riforme. Istituzioni come il Fondo monetario internazionale nascevano con le stesse ambizioni. Certe strutture sociali, per via dei loro retaggi detti “feudali”, vengono considerate come meno adatte al funzionamento ottimale di un’economia industriale moderna.

E’ possibile parlare di “sviluppo” senza sottintendere “sviluppo capitalistico”? Nel dubbio meglio parlare di “lotta alla povertà”

Certo, queste strutture hanno da parte loro i vantaggi della “economia morale” pre-capitalistica — ovvero sono reti di protezione particolarmente adatte a regolare la scarsità, le stesse che rimpiangevano i contadini dopo la Rivoluzione francese — ma si suppone che d’altra parte ostacolino lo sviluppo. Se si ignora questo legame necessario tra cultura ed economia, sperando di generare sviluppo semplicemente investendo una crescente quantità di risorse senza porsi il problema delle infrastrutture sociali, ci si condanna all’ennesimo fallimento di quello che potremmo chiamare “keynesismo magico”. Le conseguenze di questa ignoranza producono quelli che sono stati chiamati, in un articolo del 1984, “The impoverishing effects of foreign aid”. Più recentemente, William Easterly ha denunciato i “disastri dell’uomo bianco” prodotti dal fallimento della pianificazione.

 

Le condizioni dello sviluppo

 

A John Maynard Keynes dobbiamo la paternità della teoria che ha garantito una trentina di anni di sviluppo capitalistico, riassegnando una crescente quota di risorse dal risparmio alla domanda. Ma l’economista britannico ha anche la responsabilità di avere ispirato una versione magica della sua teoria: ovvero la stravagante convinzione che ogni spesa — indipendentemente dalle condizioni di contesto — produca un ritorno su investimento. Ma lo stesso Keynes scriveva, in una lettera del 1919, “non presterei nemmeno un penny a uno degli attuali governi europei” poiché dal suo punto di vista “non c’è garanzia che ne faranno buon uso”. Di tutta evidenza neanche pagando un altissimo costo economico è possibile risparmiare i costi geopolitici e culturali dello sviluppo. Il moltiplicatore keynesiano è variabile in funzione di vari fattori come (cito dai manuali) la propensione a importare dall’estero o la produttività del lavoro. Insomma il contesto economico, o per meglio dire il contesto sociale, anzi il contesto culturale, a meno che non vogliamo dire che in questo contesto ci entrano così tante cose che potremmo parlare addirittura, se non avessimo paura di offendere qualcuno, di un contesto civilizzazionale.

 

Si parla di civiltà o civilizzazione per indicare un macro-insieme composto da economia, cultura, posizione geografica, demografia, istituzioni, infrastrutture, eccetera. E si presuppone che queste dimensioni siano tra loro collegate.

La questione è se sia possibile uno sviluppo indipendente dai valori che identifichiamo con la cultura occidentale moderna

Non si tratta di “civilizzare” gli africani, né d’altronde si trattava di “civilizzare” gli europei nel 1945, ma di riflettere sul legame profondo tra le strutture economiche e le sovrastrutture ideologiche, come fa la sociologia dello sviluppo da qualche decina di anni. Nel già citato discorso del luglio 2017, Macron illustrava il suo proposito sostenendo che gli aiuti allo sviluppo non possono produrre nessun effetto in un contesto in cui le donne hanno una media di sette, otto figli. Osservazione non molto distante da quelle che faceva Gramsci nei suoi scritti sulla questione meridionale. Per quanto possa sembrare fuori luogo che il presidente francese dia il suo parere sulla demografia africana, l’osservazione risulta pertinente.

 

Nelle conclusioni di un articolo pubblicato nel 2009 sul Journal of african studies and development, “Foreign aid and development in Africa: what the literature says and what the reality is”, il politologo ghanese Nathan Andrews precisava che “a meno che i dibattiti sugli aiuti allo sviluppo non inizino a incorporare fattori socio-culturali, non riusciremo mai a capire perché gli sforzi occidentali hanno fallito in Africa”. Ma per quanto queste osservazioni siano corrette sulla carta, di tutta evidenza manca ai dirigenti occidentali la legittimità per pronunciarle. Il problema è di pragmatica: ai loro atti linguistici mancano le condizioni di felicità, perché non basta mostrare di conoscere approssimativamente la letteratura postcoloniale per nascondere quei traffici con sovrani, dittatori e capitribù che continuano ad accompagnare i discorsi ufficiali.

 

Una sfida per chi?

 

La vicenda narrata nel film Black Panther, in un ideale regolamento di conti tra le posizioni conciliatrici di Martin Luther King (incarnate dal saggio re T’Challa) e quelle più conflittuali di Malcolm X (caricaturizzate dal malvagio Killmonger), attira l’attenzione sul terribile potenza di destabilizzazione che rappresentano le masse di neri abbandonati alla povertà, in Africa ma anche negli Usa. Adottando una prospettiva decisamente sviluppista, l’ultimo cinefumetto della Marvel difende la necessità di un impegno delle nazioni più ricche contro la povertà. Gli squilibri globali sono oggi arrivati a un tale punto di maturazione da avere alterato definitivamente le condizioni perché la storia africana possa seguire disciplinatamente le tappe che furono quelle dell’Occidente — non foss’altro perché all’Africa manca un’Africa da depredare. L’idea che l’Africa possa “farcela con le sue forze” presuppone d’altronde che lo stesso Occidente ce l’abbia fatta con le sue forze, tacendo dunque l’inconfessabile legame, ben descritto da Jaffe, tra sviluppo capitalistico ed egemonia imperialista. L’economia globale continuerà ad avere i suoi centri e le sue periferie, e poi periferie nelle periferie e centri nei centri. Ma a fronte degli enormi costi politici, culturali ed ecologici — senza nemmeno la certezza dell’efficacia delle strategie adottate — riusciranno gli occidentali a trovare ancora qualcuno che si fidi della loro buona volontà? Forse soltanto al cinema.

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