Kelly e McMaster sono i prossimi nella lista del change perenne di Trump

Mattia Ferraresi

New York. Donald Trump dice che “ci saranno sempre cambiamenti”, perché cambiare porta nuove idee ma anche perché è l’ingrediente fondamentale della grande macchina dell’intrattenimento. Il presidente ha dato un’interpretazione letterale e paradossale del change predicato da Obama, scambiandolo per un continuo turnover di cariche fatto di purghe e innamoramenti, e quando le cose vanno bene dallo Studio Ovale spiffera di un nuovo rimpasto nell’Amministrazione, e poi sta a vedere l’effetto che fa. La vittoria dei dazi su acciaio e alluminio e la svolta diplomatica con la Corea del nord, intestata direttamente ed esclusivamente a lui, hanno agevolato le dimissioni di Gary Cohn e il divorzio annunciato con Rex Tillerson, ma il presidente rumoreggia già di una nuova purga che coinvolge il capo di gabinetto, John Kelly, e il consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster.

 

Kelly, militare che ha imposto un qualche ordine nella dimensione operativa della Casa Bianca, è sul banco degli scaricabili almeno dall’inizio dell’anno, quando un dettagliato retroscena di Vanity Fair ha fatto sapere che il perfetto sodalizio fra Trump e il suo chief of staff era al tramonto. Il virgolettato fatale del presidente era questo: “Ecco un altro rimbambito che crede di poter comandare”. Kelly si era opposto invano alla cacciata del suo alleato Tillerson, e l’altro giorno è tornato da solo e in tutta fretta dalla trasferta californiana del presidente, senza nascondere ai confidenti la sua posizione periclitante. Le voci si sono diffuse a tal punto che la portavoce della Casa Bianca giovedì sera ha pubblicato un comunicato di cinque parole: “Kelly is not going anywhere”.

     

Ieri mentre la Cbs sosteneva che le dimissioni del capo di gabinetto erano imminenti, e forse sarebbero state presentate in giornata, il Wall Street Journal scriveva che Trump e Kelly hanno siglato una “tregua temporanea” che per il momento lascia in sella l’ex generale. Kelly è a sua volta una delle voci più critiche nei confronti di McMaster, consigliere per la Sicurezza nazionale che ha assestato l’Amministrazione dopo la caduta della prima e più pesante tegola del governo, quella di Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale per poco meno di 24 giorni. Il generale ha portato credibilità e personale qualificato, ha estromesso Steve Bannon che aveva allungato i tentacoli sul consiglio e con deferenza ha costruito un rapporto con il presidente.

 

Negli ultimi mesi, però, McMaster non è più così accondiscendente, ha iniziato a dire a Trump troppo spesso la parola che più di tutte detesta – “no” – il presidente si lamenta che i suoi briefing sono troppo lunghi e fumosi e questa strana mistura di motivazioni caratteriali e umorali lo ha fatto cadere fuori dalle grazie. Il Washington Post, poggiandosi sulle dichiarazioni di 19 funzionari della Casa Bianca, ha scritto per primo che Trump ha già deciso di rimpiazzare McMcmaster, aspetta soltanto di avere un successore pronto e vuole evitare di “umiliare un generale con tre stelle”, come se mettere in giro voci che subito arrivano ai giornali non fosse altrettanto umiliante.

 

Per la siuccessione si fanno i nomi di Keith Kellogg, il suo capo di gabinetto, e del falco John Bolton, ex ambasciatore all’Onu che Trump in origine aveva scartato fra i candidati alla segreteria di stato per via dei baffi. La portavoce di Trump ha negato tutto: “Contrariamente a quanto riportato, McMaster e il presidente hanno una buona relazione e non ci sono cambiamenti in vista al consiglio per la Sicurezza nazionale”. Anche l’interessato, tuttavia, alla cena con il primo ministro irlandese ha scherzato in modo eloquente con i giornalisti che gli chiedevano del suo futuro: “Voi avete sentito qualcosa?”.

 

L’unico elemento che rimane saldo nella tempesta del change di Trump è il carattere personale, caratteriale delle decisioni, in barba agli osservatori che a ogni avvicendamento cercano i significati politici della manovra. Ora che Mike Pompeo è stato nominato al dipartimento di stato si parla della virata neocon della politica estera, ma Trump lo ha scelto perché è obbediente e fa briefing snelli, e su questo tipo di motivazioni il presidente gestisce un’Amministrazione in perenne rivoluzione.

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