Oxford impone lo studio delle filosofe. Via Kant, dentro le femministe

Redazione

Roma. Le humanities non se la passano benissimo. La rivista Porn Studies, che ha il crisma della peer review accademica ed è pubblicata dalla Routledge, ha appena pubblicato un saggio sul “racial dodging” nell’industria del porno, ovvero sul fenomeno delle attrici bianche dell’hard core che non vogliono essere “banged” dagli attori di colore. Ma forse più in basso sta decadendo l’Università di Oxford, la più antica università inglese che prende il nome dalla “città dalle spirali sognanti”, secondo la definizione che diede Matthew Arnold per l’architettura degli edifici dell’università.

 

E’ notizia di giovedì che Oxford “femminilizzerà” il suo curriculum di filosofia. La Facoltà di Filosofia dell’università ha imposto che il quaranta per cento degli autori raccomandati per lo studio saranno donne. Allo staff accademico è stato anche chiesto di utilizzare i nomi degli autori per esteso durante la compilazione delle liste di letture invece che le loro iniziali, al fine di evidenziare quali siano donne. Il professor Edward Harcourt, che fino a poco tempo fa era il presidente del consiglio di filosofia della facoltà di Oxford, ha affermato che le decisioni rientrano nella volontà di valorizzare “la filosofia femminista a Oxford”. Uno dei più grandi filosofi del periodo post-bellico, Elizabeth Anscombe, è quasi sempre citata con le sue iniziali: “G.E.M. Anscombe”. Oxford ha anche appena nominato due nuovi professori per insegnare la “filosofia femminista”. Qualche docente ha fatto notare che Anscombe è stata una brillante filosofa che ha avuto successo perché era una mente audace, non perché beneficiasse di queste griglie ideologiche in nome della “uguaglianza”.

 

Il professor Paul Lodge, il direttore entrante degli studi universitari di filosofia, ha organizzato la nuova lista di lettura. Il sospetto che tali misure abbiano più a che fare più col placare i campioni delle mode accademiche piuttosto che con il miglioramento degli standard educativi è confermato dal fatto che Lodge in precedenza era stato a capo dell’“ufficio per l’uguaglianza e la diversità” di Oxford.

 

A ottobre era già successo a Cambridge, dove ai professori di letteratura inglese era stato chiesto di assicurare la “presenza di scrittori etnici, neri e minoranze”. Sono le famose BME – Black and Minority Ethnic – , il termine con cui gli anglosassoni sono soliti descrivere i ‘non-bianchi‘”. Via T. S. Eliot e dentro Tony Morrison. 

 

Pochi mesi prima, gli studenti della facoltà di studi orientali e africani dell’Università di Londra avevano fatto sapere di non voler studiare più Platone, Marx e Kant. Hanno una gravissima colpa, questi filosofi: essere bianchi, quindi un simbolo del colonialismo occidentale che va subito espulso dalle istituzioni accademiche. Per fortuna è poi intervenuto il vicerettore dell’Università, Anthony Seldon, mettendo fine a ogni velleità suicida: “C’è un pericolo vero, il politicamente corretto è fuori controllo. Noi dobbiamo studiare per capire il mondo e non per riscrivere la storia così come ci piacerebbe che fosse andata”.

 

Oxford si sta portando avanti con il lavoro. Non bastava che, in nome del multiculturalmente corretto, siano stati archiviati i ritratti dei “male pale and stale”, i maschi bianchi e vecchi, per far posto a quelli delle minoranze. Non bastava che il Magdalen College di Oxford sia diventato il primo nella storia a introdurre corsi obbligatori di “consapevolezza razziale” per garantire che le minoranze etniche non si sentano “offese”. Non bastava che l’Università di Oxford abbia imposto un esame obbligatorio centrato sulla storia africana, mediorientale, indiana e asiatica. Non bastava che, per la prima volta in ottocento anni di storia, l’Università di Oxford abbia deciso di eliminare l’obbligatorietà del cristianesimo dai corsi di teologia.

 

Adesso arriva lo studio della filosofia secondo il gender. Sarà magnifico quando Hannah Arendt prenderà il posto di Bertrand Russell. Ma come la metteranno quando qualcuno proporrà di studiare Michela Marzano anziché Friedrich Schelling? Forse c’è un motivo se Philip Larkin rifiutò la cattedra a Oxford, ritenendo che l’“inferno in terra” consistesse nel bere sherry coi docenti di quella università. Non aveva previsto che a trasformare la cultura occidentale in un inferno sarebbero stati i fanatici multiculturalisti.

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