Alla fine il premier slovacco ha ceduto e si è dimesso

Luca Gambardella

In Slovacchia l'omicidio di un giornalista che indagava sui legami tra la criminalità organizzata e la politica ha portato alle dimissioni del primo ministro e alle più grandi manifestazioni di piazza dalla caduta dell'Unione sovietica a oggi nel paese dell'est Europa. Ieri, il premier socialdemocratico Robert Fico, che ha guidato il governo di Bratislava per 10 degli ultimi 12 anni, ha promesso le sue dimissioni per placare i manifestanti, che chiedono un cambiamento radicale alla guida del paese. Fico ha formalizzato oggi il suo passo indietro ed è probabile che il presidente della Repubblica Andrej Kiska, rivale di Fico alle presidenziali del 2014, le accetterà immediatamente. Il primo ministro ha posto come unica condizione che il nuovo governo rispecchi l'attuale maggioranza, senza tornare al voto. In Slovacchia governa una coalizione di tre partiti (oltre ai socialdemocratici, l'alleanza include il Partito nazionale slovacco Most-Hid e La Rete) e, se il presidente dovesse accettare le precondizioni imposte da Fico, sarebbero proprio i socialdemocratici a scegliere il prossimo premier (tutti gli indizi sul nome del suo successore portano all'attuale vice primo ministro, Peter Pellegrini).

 

Nonostante il tentativo di garantire la stabilità e di calmare la rabbia dei cittadini slovacchi, secondo alcuni esperti la decisione di Fico è una mossa di facciata. Le 50 mila persone scese in piazza la settimana scorsa contro il governo chiedono un ricambio radicale alla guida del paese, finito in un grande scandalo di corruzione e criminalità. La svolta deve iniziare dalle indagini sulla morte del giornalista 27enne Jan Kuciak, ucciso tre settimane fa assieme alla sua fidanzata, mentre stava scrivendo per il suo giornale Aktuality un'inchiesta molto delicata. Secondo le informazioni che aveva raccolto, l'ex assistente del premier Fico, la modella ed ex Miss Universo Mária Trošková, aveva avuto una relazione con Antonino Vadalà, un imprenditore calabrese legato alla 'ndrangheta che da anni vive in Slovacchia. Subito dopo la morte di Kuciak, la polizia aveva arrestato sette persone, tra cui Vadalà, che però era stato immediatamente rilasciato (salvo finire di nuovo agli arresti pochi giorni dopo per un'accusa per traffico di droga formulata dalla procura di Venezia). Nel 2015, Trošková era diventata capo consigliere del governo di Fico grazie alla volontà di Viliam Jasaň, segretario di stato per la sicurezza a sua volta sospettato di essere stato in affari con Vadalà. Dopo le dimissioni di Trošková e di Jasaň e le manifestazioni a Bratislava della settimana scorsa, il primo a dimettersi – su richiesta degli stessi partiti della coalizione – era stato il ministro dell'Interno, Robert Kalinak. "E' importante che si assicuri la stabilità e per questo ho deciso di lasciare", aveva detto il ministro. Il suo sacrificio però non è bastato a Fico per salvaguardare l'unità dell'esecutivo.

 

Il paese, che ha conosciuto sotto la guida del premier 53enne una decisa crescita economica attirando investitori e industrie dal resto d'Europa soprattutto nel settore automobilistico, ha finora seguito una politica di dialogo moderato con l'Unione europea rispetto agli altri tre membri del Gruppo di Visegrad (Ungheria, Repubblica ceca e Polonia), che invece sono da tempo in aperta opposizione con Bruxelles. Ma nel momento della crisi istituzionale Fico non ha mancato di riproporre la retorica di personaggi notoriamente più intransigenti nei confronti dell'occidente e dell'Ue, come quella del primo ministro ungherese Viktor Orban. Dopo le dimostrazioni di Bratislava, Fico aveva accusato in modo generico delle "forze esterne" al paese di sobillare le proteste. Poi, il primo ministro slovacco ha fatto eco alle parole già ripetute da tempo da Orban e rivolte al guru della finanza internazionale, George Soros, che è bersaglio di accuse simili anche nei Balcani. L'anno scorso, il presidente Kiska aveva incontrato Soros in forma privata e negli ultimi giorni Fico non ha mancato di ricordarlo nelle sue dichiarazioni pubbliche.

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