La lobby degli emiri

Daniele Raineri

Roma. Quando martedì il presidente americano Donald Trump  ha licenziato con un tweet il segretario di stato Rex Tillerson di ritorno da un viaggio africano si è notata un’esultanza irrefrenabile negli Emirati Arabi Uniti, un piccolo regno arabo che affaccia sul Golfo persico. Un ex consigliere del principe ereditario Mohammed bin Zayed ha subito scritto su Twitter: “La Storia ricorderà che un paese del Golfo ha giocato un ruolo nel licenziamento di un ministro degli Esteri di una superpotenza e non è una cosa da tutti…”. Che cosa voleva dire? In questi mesi si è parlato molto dei rapporti ambigui dell’Amministrazione Trump con la Russia di Vladimir Putin e si è anche parlato molto dell’esasperazione crescente di Tillerson, che un giorno si è lasciato sfuggire senza possibilità di smentire che il presidente “è un coglione” e il cui licenziamento era ormai considerato inevitabile e imminente da mesi.

  

Tuttavia c’è anche un’altra angolatura della storia, molto meno raccontata: da tempo gli Emirati arabi uniti fanno pressione sull’Amministrazione americana per ottenere scambi di favori e tra le altre cose chiedevano la testa di Tillerson. L’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, il super mondano Yousuf al Otaiba, da mesi andava dicendo che Tillerson sarebbe stato cacciato entro gennaio 2018 anche grazie all’opera di persuasione che lui avrebbe esercitato sul genero di Trump, Jared Kushner, con cui intrattiene un rapporto stretto. Potrebbe essere una vanteria (ha sbagliato di poco la data della fine di Tillerson) ma Kushner è anche la persona che tiene per conto di Trump un rapporto di amicizia con il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, alleato degli Emirati.

  

I due, Kushner e Bin Salman, l’anno scorso si sono incontrati in almeno tre viaggi per lunghi meeting notturni in cui hanno discusso di mosse politiche e probabilmente succederà ancora la prossima settimana, quando il principe saudita arriverà a Washington per una visita molto pubblicizzata. La ragione per cui emiratini e sauditi volevano la cacciata di Tillerson è che il segretario di Stato si rifiutava di prendere posizione durante la crisi – cominciata nel giugno 2017 e ancora in corso – con il Qatar, un altro regno arabo molto attivo sulla scena internazionale. Ora, non è detto che Trump abbia rimpiazzato Tillerson con Mike Pompeo – il direttore della Cia che invece gode di ottima fama nel Golfo – per accontentare gli alleati arabi, ma non c’è nulla che possa trattenere gli emiri dal rappresentare la sostituzione come un loro successo personale.

   

Inoltre una settimana fa la rete inglese Bbc ha ottenuto alcune mail private di un uomo d’affari americano, Elliott Broidy, che ha finanziato la campagna di Trump e che ha contatti altissimi – e interessi fortissimi – negli Emirati arabi uniti. Nelle mail Broidy racconta di come nell’ottobre 2017 abbia cercato di convincere Trump a licenziare Tillerson e in altre mail descrive il capo della diplomazia americana come “una torre di gelatina”, “un debole”che “dev’essere stroncato”. Broidy scrive anche a Kushner, che agisce sempre di più come il delegato di Trump per gli affari arabi, e gli consiglia come schierarsi nello scontro tra regni del Golfo: a favore di Emirati e Arabia saudita, senza darlo troppo a vedere, e contro il Qatar – che lui descrive come “un’emittente tv con uno stato”, che è una battuta sarcastica sul potere del canale al Jazeera, la famosa televisione satellitare di Doha.

 

Broidy scrive anche ad altre due persone. Una è Yousuf al Otaiba, l’ambasciatore che abbiamo già incontrato perché si vantava di avere convinto Kushner a parlare con Trump e a fare pressione per licenziare Tillerson. L’altro è George Nader, consigliere degli Emirati Arabi Uniti che è finito al centro di un articolo del New York Times pubblicato di recente perché nel 2016 voleva che gli Emirati finanziassero con discrezione la campagna elettorale di Trump e perché nel gennaio 2017 ha organizzato alle Seychelles un incontro informale tra un rappresentante dell’Amministrazione Trump e un investitore russo. Nader è stato ascoltato due settimane fa da Robert Mueller, l’incaricato speciale che guida le indagini per capire se ci sono stati contatti illegali tra il governo russo e Trump. Per ricapitolare: in molte delle storie molto poco chiare che abbiamo sentito in questi mesi spuntano gli Emirati Arabi Uniti e la loro capacità di fare lobbying a Washington. E il fatto che ora si vantino in pubblico di avere contribuito alla cacciata di un segretario di Stato americano lusinga il loro orgoglio nazionale ma aggrava la situazione.

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