Quanto è “minimal” l’alleanza che guiderà la Germania

Andrea Affaticati

Angela Merkel sta per ricevere l'incarico di cancelliera per la quarta volta: la grande coalizione con i socialdemocratici può iniziare a lavorare. Ma è davvero grande, questa coalizione? “Per una specie di pigrizia mentale, si continua a usare questo termine. Ma stando ai numeri sarebbe più corretto parlare, come si fa in abito scientifico, di ‘minimal coalition'. Perché oggi Unione e Spd insieme non hanno più del 54 per cento dei voti”, dice al Foglio Wolfgang Merkel, politologo, docente presso il Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung e relatore, giovedì scorso, al Forum Democrazia Minima, organizzato dalla Fondazione Feltrinelli. E a proposito di numeri. La situazione sarebbe ancora peggiore se i sondaggi di oggi fossero voti: l’Spd scesa al 16 per cento, l’Unione (Cdu e Csu) al 29,5 non sarebbero sufficienti per formare una coalizione.

 

E non solo: mentre l’Spd è in caduta libera, l’AfD (Alternative für Deutschland) al 15 per cento le sta addosso. Insomma, la Germania sembra sperimentare quello che fino a ora ha sempre definito “italienische Verhältnisse”, cioè “caos all’italiana”. “Viviamo momenti di grandi mutamenti – dice Merkel – Nell’immediato futuro, le coalizioni di governo saranno meno stabili, anche perché potrebbero essere necessari tre partiti”. Ma, aggiunge il celebre politologo, “non credo che in un futuro prossimo, l’AfD possa diventare un partito di governo”. Tra i partiti tedeschi c’è competizione, ma non un antagonismo cieco. Basta ricordare che a far naufragare il primo tentativo di formare una coalizione, allora a tre, non sono stati i Verdi, ma i liberali dell’Fdp.

 

Dal 1998 Merkel è anche membro indipendente del Comitato Valori (“Value Commission”) dell’Spd. Ne conosce dunque bene dinamiche e sviluppi. E così, nel suo scritto “La disuguaglianza come sfida alla democrazia”, sottolinea il dilemma nel quale si trovano i partiti di centrosinistra. “Se si impegnano davvero in politiche redistributive legate, per esempio, ai salari minimi, al mantenimento del welfare state e alla tassazione dei redditi più elevati, si trovano di fronte alla minaccia, da parte degli investitori, di spostare i capitali e gli investimenti all’estero”. Minacce già attuate, come dimostrano il caso Nokia di Bochum qualche anno fa, che ha trasferito la produzione in Romania, e il recente caso in Italia della Embraco, intenzionata a dislocare la produzione in Slovacchia.

 

“E’ vero che in seguito alla globalizzazione è più facile per i capitali, in particolare per quelli finanziari, valicare i confini nazionali e ricattare gli stati, dicendo che ‘se non ci togliete per almeno cinque anni le imposte sulla società, noi ci insediamo altrove’”, spiega Merkel. “Questo però non impedirebbe di aumentare il salario minimo. In un paese come la Germania con un capitale umano altamente qualificato, 2 euro in più all’ora, non spaventerebbe nessun investitore. Ma questi spazi non sono stati sfruttati appieno dai socialdemocratici”. Almeno non del tutto, visto che l’introduzione del salario minimo è merito loro. Ma la vera modernizzazione è stata su un altro piano, quello culturale. Ci si è allontanati dalla politica della ridistribuzione e concentrati su quella dell’identità, cioè la parità di diritti tra uomo e donna, delle scelte sessuali, la protezione delle minoranze. “Questo ha prodotto una frattura dentro al partito. Da una parte, i rappresentanti di una politica che rivendica la ridistribuzione e al tempo stesso si atteggia a cosmopolita e si rivolge in prima linea al ceto medio. Dall’altra, i politici locali, i sindacati che sono a contatto con le ansie ansie delle fasce più deboli, vittime della globalizzazione”. Cosmopolitismo versus comunitarismo è questa la dicotomia da sciogliere, dice Merkel.

Designated German Finance Minister and Vice-Chancellor Olaf Scholz of the SPD, German Chancellor Angela Merkel of the CDU and German Interior Minister Horst Seehofer

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