I socialisti francesi in tv sono divisi e deboli proprio come un anno fa

Paola Peduzzi

Milano. Luc Carvounas, Olivier Faure, Stéphane Le Foll o Emmanuel Maurel. Uno di questi signori, politici francesi non esattamente noti, diventerà il leader del Partito socialista al congresso di Aubervilliers, l’8 e il 9 aprile. I 102 mila iscritti al Partito dovranno decidere chi nominare – in due votazioni previste per il 15 e il 29 marzo – e due sere fa c’è stato un dibattito televisivo, il primo della storia, tra i quattro per presentare i programmi – sulla Francia e sull’Europa – e le loro intenzioni nel dialogo con le altre forze politiche, se saranno scelti come leader.

 

Il Partito socialista è diventato il fantasma di se stesso: al primo turno delle presidenziali, ormai un anno fa, prese il 6,36 per cento dei consensi, il leader di allora, Benoît Hamon, si è dimesso, ha fondato un nuovo movimento – Génération.s – e ora interpreta se stesso in una miniserie, “OnK’Air”, che racconta la storia di due animatori che lavorano in una radio che sta per chiudere. Secondo un recente sondaggio, il 77 per cento dei francesi ha una “immagine negativa” dei socialisti e nella serata del dibattito la rete si è riempita di commenti ostili, varie declinazioni del concetto “siete morti”. La storica sede di rue de Solférino è stata venduta alla fine del 2016, per fare cassa, come ha detto il tesoriere del Partito, il primo passo per poter tornare a contare nel dibattito politico. Ma come, con che idee?

 

Buona parte del dibattito televisivo è stato dedicato a François Hollande, ex presidente socialista, e al suo operato: chi lo difendeva, chi lo condannava, chi a un certo punto si è accorto che a continuare a guardare il passato i quattro si sarebbero ritrovati a passare per becchini. Meglio guardare al presente, come si fa opposizione a Emmanuel Macron e al suo En Marche pigliatutto e come si gestisce la sinistra radicale degli “insoumis” di Jean-Luc Mélenchon. Che è un po’ il dilemma di tutte le sinistre d’occidente: saremo riformatori pragmatici piazzati al centro o dei restauratori dell’antica tradizione socialista, ispirandoci a Mélenchon e ancor più alla star inglese Jeremy Corbyn?

 

“Nessuna opposizione sistematica” al partito del presidente, dicono Olivier Faure (per molti il favorito) et Stéphane Le Foll (fedele dell’ex premier Manuel Valls”. Si lavora sulle riforme, una alla volta, e si decide di volta in volta: una collaborazione di scopo. Luc Carvounas dice che non bisogna buttar via tutto quel che accaduto negli anni di Hollande, ma esclude che si faccia ancora “una sintesi molle” delle varie istanze politiche: a furia di mediare, si finisce per non avere identità, e si muore. Emmanuel Maurel è il più duro, Macron è una “creatura” di Hollande, resta solo la resistenza, “l’opposizione frontale”. Semmai, dice Maurel, bisogna parlare con Mélenchon, aprire agli “insoumis”, collaborare con loro, in modo da fare massa contro lo strapotere presidenziale. Gli altri tre non sono così convinti, e Foll fa quasi sorridere quando dice la verità più brutale: la sinistra siamo noi, la dovremmo guidare noi, non andare a mendicare idee o appoggi alla corte di Mélenchon.

 

Mentre lasciava il Partito un altro pezzo grosso, senza sorpresa, il ministro degli Esteri Jean-Yvas Le Drian, Libération commentava: ritroviamo i socialisti dove li avevamo lasciati, a pezzi e divisi, non è uno spettacolo rassicurante. Però dai, almeno discutono.

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